°°°°QUELLA DANNATA PORTA A FORMA DI ALBERO°°°°

Posted in Senza categoria on 25 dicembre 2010 by AtrocitA Hyde

Giusto così, per dire: arrivo ieri sera li, anda desolata tra nebbia e lupi che ululano da lontano. Manco le pecore che ci sono di solito ho visto. Scarichiamo la spesa/regali ed entriamo. La desolazione. Mia nonna in vestaglia appiccicata al camino, i ragazzi sparsi per il salone tipo 4 cantoni. Posi i pacchi sotto un albero bianco e rosa e ti siedi. Mi sono portata il pc e un libro, regalo di un’amica. Leggo, provo a connettermi e nemmeno la chiavetta internet funziona. Poi arriva il resto della famiglia. Ancora più soli… Quest’anno sembra essere una ricerca infinita di attenzioni e tradizioni oramai logore amici miei. La tavola sembrava vuota. Eppure c’era tanta roba da mangiare. Arriva la mezzanotte e si brinda, chi alza la voce e grida auguri. Ho cercato di spiegare che non era capodanno, ma niente. Abbiamo mangiato un pezzetto di torrone giusto per aprirlo, nemmeno il pandoro/panettone abbiamo divorato. Il solito “prelevo i regali e fuggo sul divano” ha reso questo natale ancora più schifoso. Tutti che scartano e che dicono “bello questo, era proprio quello che volevo visto che l’ho scelto io”. Quando alla fine mi dicono “allora domani vieni?” e rispondo di no, ecco mia nonna che parte con la lagna: “amore della nonna già mi manchi mi manchi mi manchi mi manchi. Ma perché non vieni!!” con un tono dittatoriale che più che una domanda è sembrato un ordine. E alla risposta “non vi strapperete i capelli, peggio di così non potete fare tanto”, c’è stato il momento di suspance dove ho visto facce schifate, inorridite. Le continue battute di mia zia, i miei cugini che la denigrano e lo squallore di questa festa hanno fatto si che mangiassi carne a pranzo e dei bastoncini a cena. E sopratutto: il natale in casa con il cane, tutti che professano e scrivono tanti auguri su fb mi hanno lasciato da pensare.

 

E’ possibile che sia un felice natale per tutti se poi stiamo tutti da soli davanti al pc, in compagnia di estranei?

 

 

“È una reazione interessante, ma qual è il suo significato?”

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°°°°UN FILO CONDUTTORE LUNGO 20 ANNI°°°°

Posted in Senza categoria on 25 dicembre 2010 by AtrocitA Hyde

Ci sono cose scontate, che fanno male. Quelle che non ti aspetti perché ti fidi. E che poi fanno ancor più male. C’è la voglia di capire diversamente da quanto detto e quella di non capire proprio. Ma questa è la dimostrazione di quanto, effettivamente, più il vino dell’amicizia si invecchia e più è buono.

 

“AHAHHAHAHAH!!!!!Premesso che l’anno scorso misi il mio solito sputtanatissimo maglioncino nero (dato che il mio povero guardaroba barbone non include maglioni arancioni!) se vuoi che venga farò uno sforzo per vestirmi sul nero, ma dato che sono un amante della vita senza una lira ti porterò in dono la solita Aurelia, che non ha bisogno di travestimenti per accettare il suo lato oscuro, ok???Scusa se le mie parole ti sembrano un pò dure ma sono sincera, come una vera amica dovrebbe essere.Non riesco a capire nemmeno lo scopo dei funerali per i morti, quindi figuriamoci di quelli per i vivi… Posso venire da figlia dei fiori o ti guasto lo spettacolo?Ah e sai stanotte pensavo a tantissime cose e fra le altre una… Yle devi (che brutta parola, eh, ancora c’ho adosso sto senso del dovere!!!) venire a vivere a Londra. Le possibilità economiche ce l’hai, non cercare scuse… quando andrai lì capirai perchè, se in Italia ti senti strana e diversa vedrai che il mondo è pieno di gente come te e che i veri strani e matti lo sai chi sono????Quelli che pensano che ci sia una definizione precisa e canonica di normalità. Ti dico tutte queste cose perchè ti voglio davvero bene e voglio solo che tu sia serena e amante della vita, della tua prima di tutto, in qualsiasi modo tu lo voglia esprimere ok????Per qualsiasi cosa io ci sarò sempre anche a 2500 o 25000 km di distanza, a qualsiasi ora del giorno o della notte alright????Rifletti amica mia e stai serena che io ti appoggerò sempre, sia in versione vampira che in versione suora, basta che tu rimanga sempre in versione Ylenia. Un abbraccio”

 

Le mie sono lacrime versate con piacere.

 

°°°°VAMPIRI PER L’ETERNITA’?°°°° – parte 4

Posted in Senza categoria on 19 novembre 2010 by AtrocitA Hyde

“Ho messo il collare stamani…”, aveva iniziato così quella giornata. Il 4 ottobre era giunto immediatamente. Poche ore prima era avvolta fra le lenzuola nel suo letto a soppalco, piena di voglie. Erano le 12.21 e si stava preparando per un’altra giornata universitaria. Esame in vista e tanta, forse troppa agitazione.

“A che scopo?”

“Nessuno scopo. Forse solo quello di farti impazzire.”

 

Le piaceva sentirsi al comando del gioco, voleva essere lei il capo. Voleva che lui dipendesse da lei, dalla sua immagine e dalle sue parole. Ma dentro di se sapeva che non sarebbe mai stato così. Si impettiva ma restava sempre un topo in trappola. Oppure una mosca incastrata nella tela di un ragno. E quel ragno si divertiva a giocare con lei. Avanti e indietro, avanti e indietro… un piacevole oscillare tra le sue zampe.

 

“E ci stai riuscendo. Non ho un guinzaglio che percorra tutta a Nomentana… non posso tirarti a me.”

 

Questa storia stava cadendo nel volgare, nel ridicolo scambio di parole da film di seconda mano in cui gli attori si sentono obbligati ad esprimere versi come fenomeni da baraccone. Un circo, dunque, la loro vita. Voleva qualcosa di più romantico, come i primi tempi. Ma sapeva che per tenerlo stretto si sarebbe dovuta adeguare al suo modo di fare.

 

“Ho voglia di sesso. Il nostro.”

“Come si fa, mia regina dei desideri? Fa freddo oggi, qui.”

“Non saprei…”

“Si che lo sai…”

 

Messaggi veloci, rapidi. Come per continuare a tessere quel filo senza però badare alla trama. Svogliata, quasi, continuò a rispondere.

 

“In realtà si… lo so. E anche in casa non fa così caldo.”

“Uno di quei giorni in cui ci si scalda al fuoco del contatto fisico.”

 

E le venne in mente di nuovo Raffaello Sanzio e la sua amata. Una stanza da affrescare con volte a botte, diverse sinopie sparse sui muri. Un camino che muove ombre nella stanza. Un tavolo di legno antico spogliato di tutto. E lui, l’uomo della sua vita che apparecchia il corpo di lei, Margherita, e ne scrive poesie assaporando quanto di più buono possa esistere in natura. Invidiava Margherita. L’aveva sempre invidiata. Una vita passata a correre tenendo per mano un amore e una passione che non le appartenevano. Lui doveva sposare un’altra, ma aveva scelto lei.

 

Per tutto il giorno restarono in silenzio. Nessuno dei due si fece sentire. Lei ardeva come le fiamme nel camino ma il suo cuore di donna le impediva di muoversi.

Poi cadde la sera. C’erano altre donne intorno a lei ma non se ne curava. Pensava alle risposte che avrebbe dato qualora si fosse fatto sentire. Le facevano domande, le chiedevano attenzioni. Le amiche le servivano, però. Aveva bisogno di loro in quei momenti. Pensiero egoista il suo, ma non poteva farne a meno.

E poi un messaggio. Ho paura, le scrisse il compagno. Ci fu una telefonata lunga, chiusa nel bagno. Tremava ma godeva.

 

“Ah…l’imprinting…”, sussurrò. Alzò gli occhi verso il soffitto soppalcato del bagno dalle mattonelle verdi muffa, chinò il capo e il suo volto si contrasse in uno spasmo dettato forse dalla tensione. Chiuse il telefono, si riaccomodò sulla sedia di legno e raccontò tutto.

 

Lui sosteneva che ci fosse qualcosa che non andava, se lo sentiva e aveva paura. Le sue ragioni non lo avevano calmato e anzi, forse avevano contribuito ad associare ancor più dubbi alle azioni e ai comportamenti che aveva lei.

 

“Ho giocato con il fuoco. E per poco non mi ustionavo. Mi ha chiamata dicendo che secondo lui c’era qualcosa che gli nascondevo. Mi metto il pigiama e faccio una pulizia del pc. Ma guarda te se mi devo scervellare di scuse su scuse…”

 

Era già scoccata la mezzanotte e di lui nessun segnale. Alle 00.21 un altro messaggio.

 

“Mi hai detto che ci saresti stato questa notte… dove sei?”

 

Si mise il pigiama, si lavò i denti e si coricò nel letto. Aveva quasi finito le sigarette e si rattristì pensando che avrebbe passato una notte in bianco senza fumare. Pensò anche al motivo per cui avrebbe passato la notte in bianco e si rese conto di quanto gli esseri umani sanno cedere alle tentazioni e alle abitudini, fino a diventarne dipendenti. E si rese conto di quanto fosse dipendente da lui.

A 00.38 ancora un altro messaggio.

 

“ “Tu sei tutto pazzo”, dichiarò. “Questa è una follia.” Avvicinandosi, lui si accovacciò accanto a me così che loro visi si ritrovarono alla stessa altezza. Per la prima volta, vide curiosità, non disprezzo, né scherno o rabbia nei suoi occhi tenebrosi.

“Pensi davvero che sarebbe così orribile stare con me?” ”

 


Ancora niente. “Non devo dargli il tormento”, si ripeteva. Ma si contorceva nel letto versando anche lacrime tristi. Prese un libro e lesse, pagina dopo pagina, divorandolo. Si rivedeva ancora una volta nelle protagoniste. Nei loro amori impossibili che per finiscono sempre a lieto fine. Se avesse avuto la sicurezza del lieto fine si sarebbe svestita di una pelle che non le andava più e avrebbe camminato nuda verso il nuovo amore. Amore… è amore questa splendida sensazione? Di nuovo le farfalle nello stomaco per lei. Giorni intensi quelli. Ma non riusciva a sopportare più quella vicinanza dantesca.

Finì per supplicarlo alle 02.23

 

“Ti supplico.. dimmi che domani mi vuoi ancora da te…”

 

Dieci minuti dopo, la risposta tanto attesa.

 

“Sei vogliosissima di noi…”

“Te lo giuro, io sto impazzendo. E non va bene questa cosa.”

 

Era vero. Stava impazzendo. Si contorceva nel letto in un misto di voglie e desideri e lacrime e paure. Avrebbe voluto toccare i suoi capelli, carezzare il suo corpo. Non era possibile, era lontano, lui. Per questo soffriva.

Scese dal letto, il telefono la stava abbandonando. Così si sbrigò ad inserire lo spinotto e quello riprese vita. Si sedette. Erano scomode quelle sedie, ma sul letto non c’erano prese e se ne restò li, con le gambe incrociate, ad aspettare un’altra risposta.

 

“Stasera ti togli le voglie.”

 

Le suonava così cattiva quella frase. Senza cuore. La stava lasciando, ecco tutto. Doveva toglierselo dalla testa evidentemente e lui non la voleva più perché era solo una regina dei dannati senza futuro.

 

“Come?”

“Lo sai come…”

“Aspetta un secondo. Perdonami. Ho il cervello altrove. Dimmi che non hai intenzione di sparire ora…”

 

Lo aveva supplicato ancora. Lo voleva per la vita. Per l’eternità. E lui la stava abbandonando, come facevano tutti.

 

“Domani verrai da me, o fra qualche ora, se preferisci.”

 

Le si illuminarono gli occhi. I suoi amici le avevano detto che si era innamorata, che le farfalle erano amore per lo sconosciuto misterioso.  Sorrise e se avesse potuto sarebbe saltata sul letto come le bambine davanti ai regali di Natale.

 

“Mio dio…ti giuro. Come dice il mio amico, ti sei scopato il mio cervello. E di brutto.”

 

Mani tremanti le sue. Aveva fatto molti errori di grammatica, non pensava a ciò che scriveva. Le avevano insegnato a rileggere i pensieri e lei lo faceva sempre con lui. Aveva paura di fare brutta figura.

 

“E tu il mio. Ora tocca ai corpi…”

 

Scambi di ulteriori informazioni, piccoli segnali, bazzecole.  Si stava esaurendo la magia. Si sarebbero visti, e poi? Cosa sarebbe successo? Le faceva schifo questa cosa, ma non poteva fare a meno di lui. E come ogni storia che nasce, finisce. Cade tutto in malora, si sbriciola. Non voleva. Era bello restare uniti e non toccarsi.

 

“Allora vivrò solo attendendo questa sera…”

“E allora ti concedo di tornare a dormire. Io non riesco a prendere sonno.”

“Io dormirò anche se vorrei scriverti messaggi erotici. Dormirò, perché la notte insonne voglio farla domani. Carico, per te. “

 

Così si chiuse la notte. Lei la passò pensando e leggendo storie d’amore e di guerra. Si sentiva male, si sentiva strana. Viveva un incubo reale. Due storie, due vite, due uomini. Il giorno e la notte. Si completavano i due uomini. Due compagni di vita per lei, le avrebbero ridato la vita entrambi. Pensava ad averli insieme, nel letto. Lei unico centro d’amore e di sfogo. Loro sarebbero stati la mela e la serpe.

Si svegliò in pomeriggio, con la bocca secca. Era triste. Sarebbe finito tutto l’indomani mattina. Lei sarebbe uscita in punta di piedi o forse lui l’avrebbe accompagnata alla porta come una puttana, come una donna per allietare un uomo solo.

 

Passò la notte vivendo. Passò le ore più belle della sua vita. Ma finì tutto in fretta. La mattina se ne tornò a casa, si fece una doccia e riprese in mano la sua vita, quella della giovine donna con un compagno fedele.

Di lui, più nessuna traccia.

 

 

°°°°Sembrerà ridicola la cosa. Ma ci tengo a spiegare il perché di questa 4° parte scarna e priva di emozioni. Come avrete visto, la storia parte con un’enfasi pazzesca e piano piano si affievolisce, passa attraverso racconti di scenari porno per poi morire nella volgarità e in un atto dovuto. Questo non è altro che il riassunto della visione e dei sentimenti di noi ragazze, incatenate a stereotipi e temi familiari tremendi. Abitiamo con un angelo bianco ma vogliamo quello nero, quello che sghignazza e ci fa sentire vive. Quello bianco ci rende solo delle dee. E noi finiamo per volere tutti e due, ci affanniamo alla ricerca del nero e lo seguiamo come i topi con il pifferaio. Ma quando il pifferaio non suona più la stessa melodia? Perdiamo colpi, apriamo gli occhi. E allora finisce tutto. Così come è finito tutto per questi due giovani amanti.°°°°

 


 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

°°°°VAMPIRI PER L’ETERNITA’?°°°° – parte 3

Posted in Senza categoria on 2 novembre 2010 by AtrocitA Hyde

Era sera ormai e lei era seduta su una sedia di legno, di quelle da campeggio. O per lo meno così le sembrava. Era insieme ad un uomo, sotto ad una pergola. Una specie di piccola oasi felice nel cuore di un posto caotico. Era li, con le sue paure. Doveva affrontare un discorso con questo uomo più grandi lei, sapiente. E lei si sentiva così ignorante. “Se ci fosse lui..” pensava fra se e se. Se ci fosse stato lui l’avrebbe tirata via da questo spiacevole insieme di paure, di parole che non vengono e troppi boccali di alcool. Non andava bene. Ma lui era pur sempre li, le mandava degli splendidi messaggi di incoraggiamento. Ma voleva essere rassicurata, come una bambina il primo giorno d’asilo. Una gonna nera un po’ corta, con delle spille. Una maglia nera che mostrava una parte delle dune che aveva. Le dune che le ricordavano due bignè. Chissà se gli sarebbero mai piaciuti. Un trucco scuro. E quei tavolini sistemati così intimamente da farle pensare ad un luogo per incontri di cultura. Immaginava la Ville Lumiere dell’ ‘800, con tutti quei tavoli esterni dipinti da Van Gogh. Immaginava dei libri su quei tavoli, delle luci che nascondevano i volti ma che lasciavano intatte le espressioni, degli occhi neri che rilucevano di passione e d’amore per lei, per delle pagine macchiate di inchiostro. E le venne in mente Diderot. Peccato non averlo conosciuto! Ma ora lei aveva il suo Diderot, aveva chi la esaltava con delle parole. Aveva trovato chi le aveva rubato l’anima. E il cuore.

Il 30 settembre, alle 22.00, arrivò quel messaggio che tanto aspettava.

“Tu mi inebri da perdere la testa, mio piccolo demone.”

E subito dopo…

“Se la metti così mi piace. Magari crollerai addormentata ma fra poco inizierò a dannarti, se sarai sveglia.”

“Se sarò sveglia, almeno credo. E la dannazione è iniziata già da un po’.”

Voleva quella caramella anche se le faceva venire le carie. Voleva gustarsela tutta, scartarla piano piano. Sul tram, con la musica nelle orecchie, ridacchiava. Non c’era nessuno tranne lei e 2 giovani uomini, forse studenti, in quel vagone. E si pensava come una principessa egoista e golosa. Una bambina capricciosa. Ma le piaceva.

“No. Oggi ti sei donata ad un altro, ti torturerò per questo… e ti farò godere.”

Nel suo corpo viaggiava sangue e alcool e quel messaggio le suonò troppo spinto. Ma era quello che voleva. Voleva esser sicura che qualcuno si accorgesse delle capacità che aveva, che poteva donarsi ad un altro uomo. Perché però costui se ne accorgeva? Nessuno aveva mai dato peso alle sue richieste, mentre lui era dannatamente diverso. Un uomo come lo voleva lei, capace di giocare, di gridare, di liberarsi dai vincoli umani e godere di quel briciolo di selvaggio che da generazioni veniva trasmesso.

“Donare ad un altro significherebbe donare anima e corpo. Ma quando l’anima è altrove e il corpo risponde solo a ciò che dico io, cosa può voler dire?”

Era rimasta lucida per tutto il colloquio. Perfino nelle chiamate sembrava star bene. Ed ora cominciava ad utilizzare forme di scrittura non sue. Le sue guance però non avevano nessun colore se non il solito chiaro e perlaceo color della ceramica. Era tranquilla, forse troppo. Con quel messaggio lo aveva avvisato. “La mia anima è con te. E da te arriverà anche il mio corpo.”

“Dov’è l’anima? Sentivo aggirarsi qui da ieri, probabile?”

“Oltre alle teorie studiate, ho parlato di te. Ti conviene quando esco con lui, e conviene a me. Ricordo che non ci sono regole, che non esiste l’etica se non quella che decido io…  ieri sera, quando eri sparito, mi è mancata l’aria.”

“E a me sta mancando ora, anzi da oggi, nelle attese fra i messaggi… sai spiegarmi il perché?”

“No… o forse si. Adrenalina, mistero, nascosto e privato. Ecco perché non hai aria fra un’attesa e l’altra. Una relazione raramente è intima e privata come la nostra, fatta di parole.”

“È vero. Ci annidiamo uno nella mente dell’altra hai notato? Ma ho bisogno di quel corpo che ogni giorno sembra distante da far impazzire.”

“Io ho bisogno di buio, di una candela. Di carta e penna.”

“E io ci sono in questa immagine, che è un posto dove vorrei trovarmi anche io?”

“Sembra di si…”

“Potremmo gettar via fogli come grandine, uno dopo l’altro, ripieni delle nostre fitte righe. Ci ispiriamo più di qualsiasi altra realtà circostante.”

Voleva sentirlo dire. Voleva guardare i suoi occhi e leggerlo anche li. Ma scorrere quelle lettere altrove, comunque, la facevano stare bene. La rilassavano e anzi, le davano una speranza in più. C’era del nuovo, dello sconosciuto e irrimediabilmente conosciuto in questo ragazzo. Sapeva cosa diceva, cosa scriveva. Sapeva leggere e rispondere nella stessa lingua. Passavano notti insonni e si desideravano. Oramai era sua. E lui le era entrato nella testa, come un seme nella terra. Le venne in mente il suo amato Raffaello, le immagini di lui che scriveva poesie sul corpo di lei, davanti ad un camino. Un amore impossibili il loro. “E il nostro?”, si domandava.

“Stasera dovrò torturarti, dovrai impazzire e desiderare di strappare coperte, vestiti, teletrasportarti da me.”

“Lo faccio da qualche giorno, se vuoi sapere.”

“Questa sera urlerai… ma ne riparleremo fra poco. Piccolo, piccolo demone.”

Come poteva esistere una creatura così? Non aveva senso tutto ciò per lei. Le si stavano confondendo emozioni e realtà. Non aveva più fame. Voleva tornare a casa e stendersi a letto, fra le coperte e lasciarsi andare, seppur da sola.

Ore 23.03. Ancora un invito.

“… soli, su quella spiaggia, lei sentì il sesso di lui scivolarle dentro. Lui dava spinte intense e regolari, che regalavano brividi ad entrambi, e a canini sguainati, guardandola in viso, qualche goccia di saliva cadeva su quel collo perlaceo.”

“Ne sentiva l’odore. Lo voleva. E lo voleva ancora, come solo loro sapevano. E così continuò. Come cani impazziti si godevano quei momenti.”

*Non fraintendere le mie poche parole, sono ancora fuori.*

“Più penetrava in lei più sentiva quel calore umido così vitale. Voleva azzannarla e sentirla viva al contempo. Poi lei, furente, lo fece appoggiare con la schiena alla sabbia. Lei era sopra, e sentiva interamente la crescente eccitazione di lui, che le massaggiava, ansimando, i seni nudi.”

“Lui pensava di averla in pugno , ma lei scivolò via e afferrò il sesso di lui, iniziando a muovere la mano. “No… no…” pregò lui, ma poco dopo un’abbondante esplosione bollente scivolò sulle mani di lei. Lei rise, si gettò su di lui e ne squarciò la gola. Il sangue colò. A porpora si mescolò al seme. Lui guardò i colori tenui del cielo, stupito di aver provato un piacere così estremo.”

“Era vero. Lui credeva di averla in pugno. Ma non aveva idea con chi si stava rapportando, con chi stava ansimando già da un po’, sulla sabbia umida. I piedi di lei ancora nascosti. E quando si ritrovò le mani curate macchiate e bagnate di peccato, rise. E rise, quasi fosse uno scherzo della natura, quasi fosse una liberazione. E poi la vena di lui. Pulsava, sul collo, in maniera ritmata. Si leccò le dita, immagine di un serpente che si avviluppa su se stesso. E poi, affondò nel collo. La sua pelle marmorea era ricoperta di sangue. Lei ne godeva. E così leccava, prima la ferita, poi le mani, di nuovo la ferita mentre con la lingua assaporava e si massaggiava i denti.”

“ “I… i piedi”, balbettò lui. “Voglio i tuoi piedi, succhiarne le dita, leccarne il collo.”. “Shh..” fece lei. Si sedette sulla sabbia, e iniziò a intingere le sue dita intrise di sangue dentro al suo sesso. “Voglio provare piacere con i tuoi piedi..” gemette lui. Ma lei si indicò il sesso intinto nel plasma, e lo invitò a leccare, a bere.”

“E si scoprì a fare cose che non avrebbe mai pensato di fare. Niente filtri, niente sciocchezze, niente legami. Solo il piacere. Si chiese se il piacere valesse la fatica. Si rispose che lo avrebbe scoperto dopo… non voleva sapere nulla… voleva giocare con se stessa, e voleva giocare mentre lui si nutriva di lei, del suo piacere. Acqua salata, sudore e sesso. Sembrava un insieme perfetto. E poi… il pudore, in questi casi, cos’è?”

“Regina”, disse lui, “amo tutta te stessa… soprattutto lei”, guardò in basso, ridendo, e fece scivolare la lingua in lei, ruotandola vorticosamente come un cane assetato. “Io e te siamo due anime che possono donarsi piacere, raggiungere l’estasi, senza formalismi, convenzioni, noia. Dovremmo entrare in una stanza buia, chiudere fuori i mondo, via i vestiti, e giocare soltanto! Sei pronta a tale libertà?”, le chiese.”

*Senti, amante demoniaca, è ora di bere una sorsata di vita vera. Domani dobbiamo osare, come i nostri personaggi. Evita tutti, inventa scuse, datti malata. Ci vediamo in tardo pomeriggio, cena con buon vino rosso sangue. Poi serata fra noi,  guardare film, sentire musica, leggere, scrivere su fogli sparsi ovunque. Fammi avere la tua risposta, e fa che sia un si.*

“ “Non pensavo fossi così selvaggio… e dov’è la poesia delle menti?”, si chiese lei. Ma lasciò fare, lasciò correre. Si disse che in fondo quella era l’unica cosa certa. Pensò di continuare. Di andare in fondo alla storia. Ma non sapeva cosa fare, come muoversi. Voleva solo che continuasse a star li, con quella faccia, con quella bocca. Amava esser il centro nevralgico di quella storia sulla spiaggia, fatta di corpi e sangue. L’idea le piaceva. Continuava a leccarsi le dita.” * Riguardo a domani, potrebbero non esserci problemi.*

Lei era li, ancora in quel letto. Lo voleva, lo desiderava. E voleva giocare con quel corpo, voleva essere come la regina di quei pensieri sporchi, violenti. Voleva sentirsi attratta e non respinta. Lui sapeva cosa fare e cosa dire per farla sua. Se solo avesse voluto, lei sarebbe corsa da lui, lo avrebbe atteso a braccia aperte. Lo avrebbe amato fino alla fine dei giorni… per l’eternità, se il tempo fosse stato dietro a quella passione. Ma lo sapeva. Lui non voleva amore. Sapeva già che sarebbe caduta di nuovo in una rete fatta di spine e rose che al passar dei giorni e delle parole, sarebbero divenute polvere. Ma non voleva tornare indietro, non voleva lasciare tutto così. Non voleva essere quella casalinga con il mollettone in testa che si coricava alle 21. Voleva essere un’amante fredda, spietata. Un’amante che non si sarebbe lasciata annegare nelle sue stesse lacrime di donna. Quel cuore… troppo dolore le causava.

*Spero che tu mi dica di si presto, allora.* “Lui non voleva privarsi del cibo che lo stava nutrendo, le loro urla si perdevano libere e non giudicate, nell’aria vuota. Ma lui aveva una curiosità, morbosa, perversa. “Perché celi i tuoi piedi, regina? Io scriverei versi interi sui tuoi piedi. Che forma hanno? Come sono le tue dita? E che sapore? Non fuggirmi, esci dalla sabbia.”

Erano le 02.23 del 1 ottobre. Si fermò un momento a riflettere. I suoi piedi… nessuno se ne era mai interessato così tanto. Forse è un bene che non interessino a nessuno… li guardò, con aria quasi curiosa. Li nascondeva ogni volta che poteva, che ne sentiva il bisogno. E chinò il corpo su quella perla, cercando di capire cosa potesse piacere al suo amante. “Non gli piaceranno. Li disprezzerà come fanno tutti.” Poi però un barlume di speranza. Lui non era tutti, non era nessuno. Era il suo amante, però.

*In pomeriggio non avrei problemi a venire* “ Di nuovo cadde dalle nuvole. “No, i piedi no… lasciali li.” La sabbia aveva coperto tutto fino a quel momento, ed ora lui chiedeva di vederli, di sentirli. No… mai… le mani sul collo di lui, lo tirò a se e lo distrasse da quel momento, da quel pensiero. Si avvicinò a lui, alla sua bocca. E lo baciò, con terribile foga.”

“Quel bacio fu la cosa più bella che si potessero aspettare, come due folli amanti epistolari, che si scrivono racconti e fremono all’idea di sapere come sarebbe baciarsi.”

*Allora mia cara ci sentiamo domani, e mi dirai cosa hai deciso. Anche questa notte sto impazzendo.*

*Di nuovo? E perché?*

*Perché il corpo inizia a farmi male, da quanto ti vorrebbe qui, la notte si agita…*

*Se questo è l’effetto di qualche messaggio, non oso immaginare quello di un saluto o di una chiacchierata al telefono*

*Per quello rischi tu, la mia voce potrebbe ammaliarti. Ma se non hai paura, quando vuoi puoi anche provare…*

*Forse domani… chissà…*

Aveva provato a chiudere li la faccenda. Aveva paura di incontrarlo. Aveva paura di vederlo e perdere tutto in un secondo. Non era il corpo a lamentare questa perdita futura e possibile, ma la sua testa, il suo cervello. Voleva vivere ogni sera di più questa storia, voleva viverla in letti separati, in mondi separati. Era una favola noir la sua, ora. Mentre al suo fianco il fedele compagno dormiva, lei era posata su un fianco, il sinistro, prendendo sorsate d’aria in abbondanza, come se volesse preservarne una scorta. E finì per non riuscire più a restate li immobile. Provò a chiamarlo ma il compagno non la degnava di uno sguardo. “È proprio vero”, pensò, “che gli uomini non ti guardano più dopo un po’. Cercano oltre. Si abituano e cercano oltre”. Ed era vero. Non riceveva più le vecchie attenzioni di una volta. Ma proprio perché il tempo scorre e tutto passa, le voleva allontanarsi da quel talamo alla ricerca di qualcosa di nuovo che le desse ispirazioni, pensieri nuovi, brividi oramai sopiti. Voleva giocare con la fantasia, con il cibo. Voleva vivere di passione e di amore intenso, come Raffaello. Per il suo Raffaello lei sarebbe stata Margherita Luti. Per lui avrebbe tolto le scarpe e avrebbe posato a piedi nudi. Purché le desse sempre un qualcosa di nuovo sul quale riflettere. Anche se non riusciva ad ammetterlo, aveva bisogno di quel Raffaello che le stava donando nuova vita.

Ore 03.41

“Io suggerirei un AtrocitA roso, frizzante, afrodisiaco. Ne sono così ubriaco ora, che se sentissi la mia voce, davvero ti incatenerebbe a me. “

Per quella notte finì così. Non aveva avuto il coraggio di rispondere a quell’invito, sarebbe stato troppo. Avrebbe trovato il coraggio di vestire con i primi indumenti buttati sulla sedia, prendere la macchina e correre da lui. Voleva fargli davvero assaggiare il suo vino, voleva che lui bevesse il suo sangue. Che si asciugasse la bocca con il palmo della mano e lo facesse assaggiare a lei. Quell’atto avrebbe sancito qualcosa di nuovo, un nuovo mondo, un nuovo inferno da vivere. Fino all’ultimo dei gironi.

La mattina seguente, un messaggio delle 11.46 la fece vibrare ancora. Il suo consorte ancora li, all’oscuro di tutto. Non voleva vedere forse.

“Ti ho anche sognata. A lungo. Ok, direi che è un segnale notevole.”

Passarono le ore. Ed era impaziente. Lo avrebbe visto. Lo avrebbe visto davvero, lo avrebbe toccato, avrebbe sfiorato i suoi capelli.

Una cena, un bicchiere di vino. E un assaggio di quel meraviglioso frutto.

“Anche io sono sveglio, non trovo pace. È stato inebriante ma, già, voglio essere lucido davanti ad un corpo tanto bello. È stato esagerato, estremo, torturante. Nel nostro stile, insomma. C’è solo un problema, ti penso e ti desidero follemente, nutrendomi solo delle tue canzoni. La prossima volta… sarà questa sera?”

Quel messaggio la fece vibrare, come la mattina precedente. Alle ore 07.03 si ridestò di colpo. Aveva la testa che viaggiava da un po’ di ore ma i suoi occhi si rifiutavano di collaborare. Ma a quel richiamo, così dolce, cedettero. Tirò su i cuscini, prese le sigarette e lesse. “…voglio essere lucido davanti ad un corpo tanto bello.” Tanto bello… corpo… quelle parole le risuonavano nella testa come fossero una nenia, le cullarono i pensieri caotici e sparsi qua e la. Scese dal letto, ancora sbronza di una notte d’amore. La più intensa fra tutte. Eppure era così giovane lei. Un passo dopo l’altro, cercò di non cadere sotto il peso del sonno e quando posò il piede sul marmo freddo, si sentì più al sicuro. Prese la vestaglia di seta, così come era il suo pigiama – una veste di seta nera e pizzo – e si vestì. Si diresse in bagno e si guardò allo specchio. Sembrava morta. Quelle occhiaie erano il segno di una notte d’amore e di fuoco o solo dell’insonnia che la colpiva da qualche giorno? Non le importava, era orgogliosa di se. Prese la spazzola e si lisciò i capelli per togliere il profumo del corpo di lui da dosso, ma le piaceva. Si sciacquò il viso come i gatti e si diresse in cucina, in uno stato di semi incoscienza. Fece il caffè, le mani ancora tremanti. Guardò  quella stanza. C’erano segni di loro ovunque. Quel sangue sul tavolo, cosa ci faceva? Annusò la superficie di legno di noce opaca e fece una smorfia. Era vino. Si sedette sullo sgabello, spalle curve, gomiti poggiati sull’isola e una tazzina di caffè ristretto fra le mani. Oramai si muoveva con le sigarette e il cellulare in tasca. Non era mai stata così tanto attaccata a quegli oggetti. Decise di rispondere.

“Mi risulta difficile credere alla definizione di “corpo così bello” se parli del mio. Si, va bene, sono narcisista e io lo trovo terribilmente erotico. Ho provato a mettere la calza per non tentarti. Ma a questo punto la prossima settimana sarò degna di una donna anni ’30. Come piace a me. Tanto abbiamo capito che fino a che non avremmo quello che vogliamo, continueremo a cercare”. * Dalle 17 non mi scrivere, non mi chiamare, non mi pensare.*

“Si è terribilmente erotico e quelle calze mi hanno solo eccitato, figurati. Quindi dovrò aspettare addirittura giorni? Ne morirò lo so.” *Magari saprò aspettare te, domani e poi domani, e poi domani.*

“Come farai a resistere in questi giorni? Io verrei ORA da te, nel tuo letto. La prossima volta mi pungerò un dito, e berrai il mio sangue, e forse non solo.”

“Verresti ora… che maschio viziato che sei!”

Ore 11.29

Ieri sera sentivo così caldo, un caldo terribile. Ed ora invece sono sul divano, occhiali alla mano. In tv passano un giallo tratto da un romanzo. E mi ritrovo a stringermi quando sono sotto ad una coperta di pile…”

“Vorrei stringermi li con te… vedremmo la tv insieme. O avremmo altri piani?”

“La tv con te sarebbe inutile…”

“Allora potremmo fare una cosa soft, dove io sdraiato sopra il divano con te sopra, ci facciamo godere con la bocca insieme. O potrei continuare a toccarti…”

“Non lo so…però l’idea del tocco non è male… fa effetto Paolo e Francesca.”

Chiuse gli occhi e si acciambellò come una gatta sul divano. Malefica, la sua gatta nera, la guardava e sonnecchiava vicino i suoi piedi. Si sentiva pungere la schiena e dando la colpa alla coperta di pile si scoprì. Ma pungeva ancora. Trovò le forze per alzarsi e si diresse in bagno. Si spogliò controvoglia, il freddo della mattina post-sbronza d’amore le faceva venire la pelle d’oca. Sulla schiena qualche segno. Tolse il reggiseno e vide un pezzetto di filo di ferro che usciva. “Ah cavolo… sei riuscito a romperlo.”, pensava. In realtà credeva di averlo pensato. Lo aveva detto a voce bassa, come se stesse parlando con qualcuno. Voleva che la sua voce lo raggiungesse, ovunque fosse. Decise di non guardare il suo volto, rivestendosi molto velocemente. Corse in cucina e prese due biscotti dalla confezione. Lasciò l’armadietto semi aperto, non le importava nulla. Era sulle nuvole. Si sedette di nuovo, questa volta sul cellulare, che improvvisamente vibrò.

“Scusami, so essere un animale…”

Voleva sentirlo ancora. Le piaceva scrivere con lui. Il suo consorte era in casa e si rilassava con il giovane cognato. “Una sposa abbandonata, ecco cosa sono. Una sposa senza anello che non piace più”, pensava, spiando il suo consorte seduto ed intento a giocare con un video gioco. Decise di chiudersi in bagno e di cambiarsi per la notte. Prese con se il cellulare.

Ore 19.45

“Mi ha chiesto il perché di tutti quei bicchieri e del vino. “Tesoro ho bevuto e ho fatto le prove per l’aperitivo. Dovevo vedere come usciva”. Sono in procinto di lavarmi e mi sono riservata un paio di minuti di solitudine prima di tornare di la.”

“Ti pensavo proprio ora, inizio a credere alla nostra telepatia fortemente.”

Ore 20.41

“Sto mangiando la cioccolata… non rispondere perché il messaggio è diretto a mamma.”

Ore 21.52

“Minuto libero. Scusa della lavastoviglie che va aperta. Pensavo al tuo corpo. Hai fatto nuoto? Puoi rispondere, ma poi sarò costretta a sparire… per questa notte… poi domani mi faccio viva io.”

“Oddio prima spiegami come fai a saperlo! Ho fatto pallanuoto!”

“Il corpo. Spalle larghe. Bacino stretto.. vita fine. Struttura a stampella. Non eri in porta però. Gambe troppo magre. Almeno credo.”

“Ero la fascia, quello che doveva guadagnarsi la palla a inizio partita.”

Si sentiva forte. Lo aveva preso alla sprovvista per la prima volta. Non era più sotto il suo controllo. Almeno così pensava. Si coricò, decisa di donare tutta quell’energia al suo fedele compagno. Si era fatta bella per lui, era stata attenta a tutto. Sperava di colpirlo, di farlo suo, anche se quella notte avrebbe dato via del sangue. Lo voleva. A letto, davanti ad un film, lui sembrava preso da lei. Sembrava sull’orlo del precipizio amoroso. Lei, invece, mostrava segni di gratitudine per quella sua sfrontatezza che tanto la metteva a proprio agio quanto la inibiva un poco. Non si spiegava il suo coraggio. Decise di tentare. Gli andò più vicino. Faceva le fusa, lui la sentiva e apprezzava. Poi, il culmine. Come un lampo a ciel sereno. Un’altra volta quella strana sensazione in testa, quella leggerezza. Sentiva gli ormoni in circolo, facevano rumore. O forse li sentiva solo lei? Un orgasmo mentale? Non lo sapeva, non capiva. Sapeva solo che lo voleva come non lo aveva mai avuto. Voleva tutto e subito da lui, da quell’uomo alto e greco come le sculture. Come in un lampo ebbe quello stimolo, in un lampo tutto cessò. “No amore, non possiamo. Lo sai…”, le disse, quasi gli desse fastidio. “Come no… dai, per favore… starò attenta. Non ti sporcherai…”, ripeteva lei, quasi fosse un lamento funebre. Dopo pochi minuti divenne una preghiera ad un dio che non ascoltava. “Dai, su, girati e dormi. Buonanotte.”, disse lui. E si arrese. Si girava e rigirava nel letto. Non sapeva cosa fare, le era crollato un mondo addosso. Ma un mondo sconosciuto, perché non capiva quella lingua, non la voleva capire. Dopo quasi un’ora si arrese, prese il cellulare, le sigarette e il pc e si chiuse in bagno.

A terra, sulle mattonelle verdi fredde, scriveva. Una mail al suo professore, un pensiero del momento, fumava.

Erano l’ 01.32

“Poco fa ero a letto con lui. “No, hai il ciclo.” Però la bocca nelle mutande è piaciuta… in più sembro ubriaca. Ad un certo punto ho pensato a te. E mentre gli leccavo il petto ho pensato al sangue, a voler leccare del sangue. E così mi sei venuto in mente te. Sono in bagno, con pc e telefono, a scrivere.”

Non si aspettava una risposta. Eppure l’ebbe.

“Monella, monella. Finché non ci avremo, non ci toglieremo dalla testa, capisci? Riservala per me, quella tua bocca. Io, non mi faccio fermare dal ciclo.”

“È terribile questa cosa.”

“Quale?”

“Questa., che ho il cervello altrove, che lui pensa che abbia “tanti maschi” e che sono una che si è lasciata coinvolgere dal mondo del vampiro succhia sangue. Odio chi non si fa mordere e pensa che sia solo un capriccio.”

“Ma scusa è ben diverso da un capriccio, e da un fatto di vampirismo. Riguardo al tuo cervello, provami. Levati la voglia. Magari non ti piaccio. O magari diventi dipendente.”

“Sono sempre stata attratta da tipi alti e grossi. È evidente che tu non rientri in quel genere. Ma è evidente che mi mandi fuori di testa. Ed è evidente che ritrovo sempre il brivido quando scopro o mi viene confermato che la persona è stata in acqua per diverso tempo.”

A lei piaceva l’acqua, piaceva chi era in acqua. Come le piacevano gli artisti che utilizzavano il fuoco per i loro spettacoli. Era bello vedere un essere umano diventare un tutt’uno con un elemento. Le dava un senso di pace.

“Ma l’umano domani non lascerà la tua ubicazione?”

“Si forse dopo pranzo. Ma la vampira ha delle faccende da sbrigare. Fino a lunedì sarò impegnata peggio di una casalinga.”

“Oh, che razza di complicazioni! Io già pensavo a farti mia. E a come.”

“Che razza di complicazioni… non dirlo a me che devo fare da mamma, amica, sorella maggiore, cuoca, signora delle pulizie, dog sitter… è una cosa terribile.”

“A me basta la te che fa da amante. Quando vorrai trovare del tempo per me ti farò conoscere la vera estasi. Altro che tipi alti e grossi.”

“E beh, sarà stata la cena, il vino, l’adrenalina. Ma come si dice? Nella botte piccola c’è il vino buono. Come in un buon caffè ristretto e amaro, di quelli che piacciono a me.”

“Vedrai inoltre che la botte è tutto fuorché piccola…”

“Quando non lo so. Ma devo evitare di arrivare alle 6 del pomeriggio come sto adesso, o come stavo ier sera. Tutto fuorché piccola… interpreto a modo mio o è un giro di parole per dire che dormi in un letto grande?”

“Era un giro di parole per farti capire ben altro. Comunque appena lo saprai fammelo sapere così mi organizzo. E no, sbronzarci non sarà lo scopo della serata.”

“Avevo ancora un briciolo di lucidità quando eravamo sul divano… ricordo. Ma dormi con la suoneria sul cellulare?”

“Ahah! Cosa ricordi? Comunque no, non dormo più da qualche giorno in realtà.”

“Ricordo qualcosa che assomigliava vagamente a qualcos’altro che ho regalato alla mia amica per il compleanno, che si è portata a Londra e che usa. Questo qualcosa vibra, per lo meno quello che le ho regalato io. E penso (e ho pensato) che difficilmente riuscirà ad incunearsi nella caverna umida…”

“Finalmente appagato anche il mio narcisismo. Sei una monella, piccola mia, ora farai sogni peccaminosi su te sopra di me che ti godi il mio sesso dentro. Non si fa.”

“Non avevo dubbi. E sentiamo un po’, perché non dormi? Rallegra il tuo narcisismo… c’è stato un momento in cui gli stavo per gridare che “lui non si sarebbe fermato!” ho dedotto che forse non era il caso. È stato meglio cadere sul letto e pensare, con la scusa del racconto erotico, cosa avrei voluto che accadesse.”

“Non dormo perché il mio corpo cerca il tuo, per essere completo, e mi fa male. È vero, io non mi sarei fermato, ma perché apprezzo l’arte.”

“Quale arte? E pensare che suona tutto così strano…”

“Il tuo corpo è arte erotica pura. La sensazione dei tuoi canini sul mio membro, è arte pura.”

“Oddio… per questa sera credo che possa bastare. Rischio di morire di infarto oppure mi ritroveranno domani mattina che mi sto ancora masturbando.”

“Torna al ruolo di mogliettina, e domani di casalinga e così via. Poi ti godrai il meritato premio, urlando e godendo in tutte le posizioni.”

“Come dice il mio professore, le pene arrivano sempre a chi può sostenerle. Io ho trovato una via di fuga e due peni. Dovrei essere contenta. Buon riposo giovane diavolo tentatore…”

“Ora verrò pensandoti.”

“Buona idea… ma non sarà la stessa cosa.”

“Eh lo so. Ti è piaciuto?”

“Mi piace vedere un maschio che se lo tocca, mi piace vedere le mani, il ritmo che aumenta. Mi piace vedere la faccia e sentire i gemiti…”

“Dio quanto ti voglio.”

“Devi avere pazienza. Ho imparato?”

“Già… ma ti voglio adesso… ti voglio adesso sopra di me… voglio che mi mordi, che mi lecchi tutta…”

“Come farai a spegnere questo fuoco, ora?”

“Non lo so… forse dovrò lasciare che la mia mano vada giù, da sola.”

“Neanche per te sarà lo stesso.”

“Già. Non avendo i tuoi capelli da toccare e la tua testa da spingere per lasciarla attaccata al mio sesso, dovrò far così…”

“Oow! Io devo riposare. Svegliatemi giovedì.”

“Non avevo dubbi che tu dovessi riposare… ma giovedì dovrai svegliare anche me.”

Erano oramai le 02.34 e lei aveva perso il controllo di se, dei suoi pensieri. Com’era possibile avere tanta voglia? Perché con uno sconosciuto, poi? Si era resa ridicola di fronte ai suoi occhi con simili affermazioni. Gli aveva detto chiaramente che dipendeva da lui il suo piacere. Che il compagno con il quale stava vivendo una vita non era quello giusto perché non era la vita che voleva. Ma lei voleva entrambi. Aveva paura di entrambi, però. Di quello che la rifiutava e di quello che la desiderava, che però l’avrebbe lasciata sul letto, da sola, oppure l’avrebbe accompagnata alla porta dopo aver ottenuto ciò che voleva: LEI.




°°°°SOLITARIA RICERCA DI UN’ANIMA°°°°

Posted in Senza categoria on 1 novembre 2010 by AtrocitA Hyde

Le macchine che sfrecciano

Luci che corrono sull’asfalto.

Un vento freddo antico.

Foglie che roteano alberi che

Danzano e il

Dolce profumo della morte mi

Accarezza il viso.

La terra

Si apre ancora una volta e

Lascia posto a loro,

figli del male, delle tenebre.

Anime

Fragili gli umani! E così cammino,

La mantella che

Copre i miei passi.

In cerca del mio compagno

Di morte, del mio consorte

Bevitore

Del mio sangue:

Avanzo.

 

 

Siamo dell’umore giusto per un frammento di E.A.Poe (da: Elena, 1848):

“Non fu il Destino che, in quella notte di Luglio, / non fu forse il Destino (e Dolore è l’altro suo nome) / che m’arrestò, davanti a quel giardino, / a respirar l’incenso di quelle rose addormentate? / … Si spense il perlaceo lume della luna: / non vidi più sponde muscose, tortuosi sentieri, / i lieti fiori e gli alberi gementi; / e moriva quel profumo stesso delle rose / tra le braccia dell’aria innamorata.”

Avanzare con ogni mezzo verso l’inevitabile capitolazione, rallegrandosi di essere perduti, di non spargere nulla se non gemiti e macerie.

°°°°VAMPIRI PER L’ETERNITA’?°°°° – parte 2

Posted in Senza categoria on 30 ottobre 2010 by AtrocitA Hyde

Nel primo pomeriggio di quello stesso giorno lo pregò di sparire, di rendersi invisibile. Lui acconsentì.

 

 

 

“L’angelo rosso era un diavolo tentatore, mi pregò di non cercarla. Sentii il mio corpo spasimare alla mancanza del di lei contatto mentale, ma sorridendo, accettai.”

 

 

 

Silenzio fino alla mattina dopo. Lei visse nel pieno del tormento, agitata. Le mancava qualcosa, quel senso di piacere che le dava la voce di lui. Una quiete mista a simil vergogna. Un pudore, quello di lei, che andava ogni momento di più a sparire, lasciando il posto a picchi di piacere intenso.

 

 

 

“Ma certamente, figurati, vedermi deve essere un piacere, non un sacrificio. Se vuoi scambiare due parole per star meglio, io ci sono. Anche per me è una giornata no. Questa sera fammi sapere. Stai su, il mondo è comunque un piccolo buco di miseria, fin a prova contraria.”

 

 

 

Un pomeriggio senza di lui sembrava un pomeriggio lungo. Troppo. E lei non era abituata, non più, a questa solitudine. Ora dipendeva da lui, dalla sua testa, dalle sue parole. La facevano star bene, si sentiva desiderata. E lo voleva, voleva sapere di lui. Ma lui si era attenuto alla sua richiesta, era effettivamente sparito per una giornata. E lei non voleva accettarlo, non poteva. Era inammissibile che lui non sentisse quella voglia di incontrare di nuovo quel corpo bianco come la porcellana, quel corpo fatto di carne. Lei lo sapeva: era difficile resisterle. Lo sperava, almeno. Sperò che il suo pensiero lo raggiungesse. Si dice che tra due persone può instaurarsi un certo feeling mentale, un certo Imprinting. Sperò con tutto il suo cuore che quella notte avesse lasciato questo filo invisibile tra di loro.

 

 

 

“La dipendenza dal perturbante distrugge quando ne sei lontana.”

 

 

 

Erano le 19.49 del 29 settembre.

 

 

 

“E’ stato un pomeriggio che ha catapultato due persone così vicine. È una sorta di… strana mancanza.”

 

“Ma questo non va affatto bene. Non è etico. È solo terribilmente delizioso.”

 

“Uh… e a noi piacciono le cose amorali e deliziose. E per ora ti stai appena leccando le dita sporche di cioccolata. Non è come assaggiare vera cioccolata.”

 

“E’ terribile la cosa che hai detto. Come se mi stessi somministrando una lacrima di latte alla volta…”

 

“Da un contagocce. Come un vampiro costretto a bere da un buco nel polso fatto da un piccolo spillo. Goccia dopo goccia, la sete è tanta. Non vorresti un bel sorso?”

 

“Dio se sei un tentatore…”

 

“Ho sete e voglia di far bere, capisci che fatica deliziosa?”

 

“Già… posso capire…”

 

“Anche tu, eh…”

 

 

 

Pausa. Erano le 20.15 di quella sera carica di elettricità. Si erano dati un appuntamento ad una manciata di minuti dopo, giusto il tempo di desiderare qualcosa e di immaginarla, toccarla. Provare solo a sfiorare quell’immagine di lui, annusarne l’aria.

 

 

 

“Vuoi che mi squarci il polso e ti faccia assaggiare? Immagini la mia bocca umida che beve dal tuo polso? La vita è per chi osa, per chi si stanca dei piccoli sorsi.”

 

“Non tentarmi… il sangue mi piace..”

 

“Non ti tenterò. Studia allora. Oppure prova a vivere la tua quotidianità, il tuo “bucato da stendere”, i “capelli scompigliati”, senza voler intimamente essere altrove, bramare di conoscere la mia voce, il mio odore, il mio sapore, ti sfido a farlo se ci riesci. Io con te non ci riesco…”

 

 

 

Un dolore al petto. Lei, chiusa nel suo mondo, sentiva bisogno di bere da lui, sentiva di dovercisi avvicinare, leccare e cadere esausta. Un lampo, un flash nella sua testolina. Lei, in una casetta, un mestolo fra le mani e una pelle e un volto triste. Una casa sporca, piena di panni e giornali ovunque. Bambini che corrono. E un compagno sempre esausto, con un paio di occhiali calati sul naso. Un volto stanco. No, non poteva essere… non voleva quella vita, voleva godere dei suoi piaceri.

 

 

 

“Non credo di riuscirci, io… anche quando sono a dieta e la cioccolata mi tenta mi lascio tentare..”

 

“Vorrei che tu fossi qui. Ho un regno di poesia e piacere e silenzio e segreti e comodità e buio. Pronto. Sono solo… manca una regina…”

 

“Mi sembra improvvisamente di impazzire. Ho fame di Ylenia e sete di AtrocitA.”

 

“Io sto impazzendo invece perché qualche canzone parla di un amore mai tradito. Un’altra di vivere la vita… la fame c’è anche qui…”

 

“Prima di tutto non dovresti tradire te stessa… che strane sensazioni stasera..”

 

“Già.. lusinghe, paure..”

 

“Desiderio e incoscienza, freni etici..”

 

“E’ quella sana stanchezza o tutta quell’energia da condividere che ti riporta fra le lenzuola… Ma non resiste alla tentazione di abbandonarti a quel piacevole colpevole… colpevole… colpevole… E’ questo che senton le mie orecchie ora. Assurdo.”

 

“Sono parole davvero di ispirazione per le tue orecchie, mio piccolo demone.”

 

“Ascoltati ‘Cercami’..”

 

“La conosco bene.. io mi berrò l’insicurezza che mi dai, l’anima mia farò tacere pure lei. Se mai vivrò di questa clandestinità…”

 

“Cercami…”

 

“Vorrei trovarti…”

 

“Di cercarmi non smettere mai…”

 

“Quando ti troverò?, non smetterò, con ogni fibra del mio corpo.”

 

“Quando non lo so, nel frattempo, però, sarà la notte a portarti da me…”

 

“Stiamo entrando nel manto notturno proprio ora.. attenta, il sonno della ragione eccita i piccoli demoni.”

 

 

 

Mentre leggeva sperava fosse colui che l’avrebbe cercata all’infinito. Lui non sembrava accontentarsi di sole parole. Lui la voleva. E lei voleva lui, ma sembrava che tutto gli remasse contro. Così si limitava a sedere sulla sedia, tra una canzone e l’altra, ad immaginare cosa sarebbe successo se invece di sedere li, si fosse avventurata in quel bosco fitto della mente di lui. Avrebbe trovato ciò che cercava da sempre? Avrebbe vissuto davvero con lui? Non lo sapeva, certo. Ma sperava col cuore. Un cuore di donna che non l’avrebbe mai abbandonata, purtroppo.

 

 

 

“Non si studia, ma forse sto imparando a vivere, almeno ogni tanto…sto perdendo la voce però”

 

“Troppo cantare, o troppo urlare in silenzio, perché nessuno senta?”

 

“Entrambe. Ma c’ho fatto l’abitudine.”

 

“Voglio sentire entrambe le voci, capire cosa dicono di me.”

 

 

“Ti cerco. Mi senti?”

 

“Io ti sento.. almeno credo..”

 

“Ti aspetto, questo sappilo per certo”

 

 

 

Momenti di vuoto. E poi la ripresa. Una corda in suo soccorso.

 

 

 

“Come mai non vedi l’ora?”

 

“Per capire perché anche stanotte affonderei con te in un racconto (dal quale ti salva solo la testa sull’esame) ho bisogno di capire chi sia questo piccolo demone.”

 

“E poi per concedermi un pezzo di vita.”

 

“Mi salva l’esame.. e se ti dicessi che studio domani mattina o questa notte bella che inoltrata?”

 

 

 

Ciò che sarebbe accaduto da ora in poi non le sarebbe importato. Si fermò davanti al libro, lo guardò con aria assente. Squillò il cellulare e lei tremò. Corse davanti lo specchio del bagno. Per un attimo le sembrò di essere un piccolo bon bon di panna montata con succo di rosa. La babydoll rosa perla le stava d’incanto, ma la faceva assomigliare ad un dolce. E quel seno florido le ricordava due curve arricciate di panna che decorano le torte. Si sistemò la massa di capelli rossi, si mise la crema sul viso e corse su per le scale. Al terzo scalino si ricordò del cellulare sul tavolo, del libro rimasto aperto e della luce accesa. Chiuse il libro, come si fa con le foto delle mogli o dei mariti che ti guardano incorniciati mentre commetti atti impuri, mentre vivi. Prese il cellulare, la brocca dell’acqua che l’avrebbe sostenuta la notte, spense la luce e si tuffò sul grande letto. Si era fatta bella come una ragazzina. Ma per cosa? Per andare a letto non serviva. Eppure lei sapeva – e sperava – che lui la sarebbe andata a trovare, come quel 28 settembre. Si sarebbe affacciato sul davanzale di quella finestra del piccolo salone, da dove avrebbe scorto quel corpo bianco.

 

 

 

“Inizierei così… la nebbia era come un mantello freddo. Da quanto era in quella jungla? Impossibile saperlo. Era stanco, solo, affamato. Assetato. Raggiunse di nuovo la spiaggia di quel posto sospeso, e li vide una splendida fanciulla dai capelli rossi. Piangeva, i piedi nudi nascosti nella sabbia grigia.”

 

“Con le dita giocava sulla sabbia, le ginocchia retratte come un feto, la seta della tunica nera le scivolava lungo il corpo, senza scoprire niente. Capelli che odoravano di salsedine, ma lei… lei emanava odore di morte, e dai suoi occhi cadevano gocce di sangue, giù, come fosse un fiumiciattolo.”

 

“Lui le si avvicinò. Tolse dalla sacca il fiore trovato quel pomeriggio e lo porse. Lei sorrise timida, denti bianchi come perle. “Perché ti disperi?” disse lui. “Aspettavamo entrambi di incontrare qualcuno della nostra specie, no? Sei bella come un’onda del mare, altrettanto forte, ed altrettanto persa in un abisso, piccola mia.” “

 

“Chi sei?” gli chiese lei, con un’aria da bambina. Le orecchie dritte però, o sensi in allerta. Quel fiore era troppo candido. Sentiva l’odore di lui… un odore inconfondibile. Gocce di sudore gli colavano dalle braccia. Umidità maledetta! Poi i suoi occhi seguirono le gocce, seguirono le braccia, quella pelle, arrivando al polso. Sentiva il richiamo, sentiva la naturale forza crescere in lei, nella sua testa. “Non ora..”, si sforzò di pensare. E lo pensò, ma la sua lingua già si carezzava i denti.”

 

“Lui notò lo sguardo si lei, cambiato, le carezzò le labbra morbide, petali di passionale rosa rossa. Notò come lei sorrise, stranamente.

“Dammi la mano”, disse lui, e porse la sua candidamente. Fu un attimo. Come ferro rovente piantato nel polso, atroce puntura, i denti di lei cercarono le sue vene. Lui urlò. Ma poco dopo, scomparvero la fame e la sete umane. Ora voleva solo leccare ogni centimetro della pelle di lei, bagnarla di saliva. E il dolore diventò godimento.”

 

“L’odore di per se la inebriava, ma il suo rumore, come scorreva veloce nelle vene. La faceva impazzire. “Mantieni la calma” continuava a ripetersi. E come ebbe una sola goccia sulle sue labbra, perse il controllo. Un momento solo che fu fatale. Per la foga si voltò, lasciò che si intravedesse una porzione di piede e subito, come un felino, lo ricacciò dentro, immerso nella sabbia. Divenne quasi rossa. Si riprese, prese il controllo di se. Si staccò. Fece uscire una porzione di lingua sulle labbra, poi sul polso di lui.”

 

“Il cuore di lui batteva ora come una belva. La afferrò e la baciò. Le loro lingue si gustarono, danzarono insieme. Amava quella saliva, ma non lo dissetava. Le strappò un lembo di veste e provò a leccare quel seno perfetto, con ingordigia, ma non era pago. Poi lo vide. La forma perfetta del piede di lei, il candore della pelle, gli intarsi di vene che battevano nelle caviglie. Le leccò le dita, poi rise. E sfoderò i canini.”

“Si ritrasse. “No! Fermo!” gli urlò. Non era un urlo d rabbia, bensì quasi una preghiera. Lo pregò di fermarsi, gli disse che gli avrebbe donato altro, ma non avrebbe dovuto toccarle i piedi.. tutto ma non i piedi. Cercò di coprirsi la pelle nuda, voleva calore, voleva sangue e vita. Ma non così.”

 

*Mi stai facendo diventare pazzo* “Lui si alzò di scatto, le sollevò la veste nera, e poi fu dentro di lei, con energia, furore, passione, il suo corpo scivolò nella carne di lei, si mosse in quel corpo bollente, aumentando quelle spinte, godendo di quel ritmo appassionato. “Appena raggiungerai il culmine del piacere” ansimò lui sentendo quel corpo offrirsi al suo, “appena lo raggiungerai, ti sbranerò la giugulare.” “

 

“Si ritrovò con la schiena sulla sabbia, umida, tutta. Come un’onda ebbe lui sopra, così vigoroso e forte da metterla quasi in imbarazzo. Non si era mai sentita così, non era mai stata sottomessa una sola volta nella sua vita, per lo meno, non in quella nuova. Vita, morte non era ancora chiara la cosa per lei.”

 

 

 

E poi più nulla. Non ebbe risposta. Si sentì persa, affranta. Aveva paura di aver detto qualcosa di male. Si sentiva stupida, in quel letto. Si rigirava perché lo voleva, voleva ancora le sue parole. Ma lui non c’era, era sparito. Provò a chiedersi perché le aveva detto quelle cose, perché lo stava facendo impazzire. In cuor suo sperava che lui stesse perdendo la testa per lei, che la volesse con tutto il suo cuore. Sospirò. Lo chiese anche a lui ma non ebbe risposta. Attese.

 

Alle 03.51 il telefono vibrò. Nel buio sentiva solo un lieve bip. Di scatto aprì gli occhi, sperando di vederlo li, nel suo letto, a torcersi come aveva fatto lei, a dormire male per la sua mancanza.

 

 

 

“Mi stai facendo impazzire vuol dire che non resisto più, sono cresciute le mie voglie, la mia voglia di te.”

 

 

 

Questa volta fu lei a non rispondere. Restò li, sdraiata nel letto a pensare. Si chiese cosa volesse dire vivere, provare qualcosa di diverso. Cadde nel pieno centro di un limbo più pauroso dell’ultimo girone dell’Inferno dantesco. Sola al buio, si fece strada con le parole che le aveva lasciato lui. Sentì quel brivido, indicatore di un piacere in arrivo. Con il telefono in una mano, lasciò cadere l’altra in basso, al ritmo della fantasia che aveva di lui, del suo letto. Chissà dove dorme? E porta il pigiama? Legge prima di dormire? Si disse che non erano domande da porsi. Voleva vivere, voleva divertirsi. Lasciò quelle domande per far posto ad un respiro crescente. Poi un suono, simile ad uno sbuffo divertito. Erano le 5 del mattino oramai.

 

 

 

“Scusa per stanotte, ho avuto un mero problema tecnico. Lo vedi, gli ostacoli della distanza. Non so cosa abbia fatto tu, ma io son qui, praticamente insonne. Sono folle ormai, senza pace, sei la mia piaga, il morso vampiresco, la febbre cerebrale. La mia tortura de li zio sa.”

 

 

 

E così crebbe il sole. Si ridestò da poche ore di sonno con quel messaggio in testa. Aveva scritto che era la sua piaga, la febbre, la tortura. E aveva scandito bene la parola DELIZIOSA. Non le sembrava vero. Si alzò di scatto, pronta per affrontare una giornata con il suo professore in sede d’esame. Non le importava non aver studiato bene, non le importava le gambe gonfie che avrebbe trovato la mattina dopo a causa delle troppe birre che avrebbe bevuto. Voleva solo leggere ancora, sfamarsi di quel cibo così succulento. Ancora, si interrogava sul perché di quelle parole. Ylenia era presente, ma AtrocitA non fece altro che ricacciare quell’esserino insignificante nella tana. Le avrebbe creato troppi guai, se solo avesse pensato ancora.

 

°°°°VAMPIRI PER L’ETERNITA’?°°°° – parte 1

Posted in Senza categoria on 30 ottobre 2010 by AtrocitA Hyde

“…ma il tuo alter ego, che tipo è?”

 

“E’ un tipo stravagante.”

 

“Notturno, immagino. E poi? Poetico? Malinconico?.. Solo?”

 

“Notturno, per quanto possa sembrare scontato. È un tipo interessante, che ama camminare sul filo del rasoio, che adora la pioggia e l’oscuro, che ama e a volte odia se stesso.”

 

“E la scissione di queste due perturbanti metà è perfetta? Nel senso un giorno potrei incontrare solo Ylenia, e una volta solo l’alter ego?”

 

“E’ una domanda che mi pongo spesso. Probabilmente non esiste Ylenia senza AtrocitA.”

 

“Di ad AtrocitA che esiste un ragno disperato che le intona una serenata. Dille che non la temo, non la giudico, non la disprezzo. Solo, sul davanzale l’aspetto.”

 

“C’è solo un problema. E’ aracnofobica…”

 

“Meglio. La paura dovrebbe piacerle. E un ragno spaventarla meno di un grigio e becero passante umano di tutti i giorni.”

 

 

 

E così iniziò un gioco, una ricerca.

 

 

“Quella stanza era un piccolo rifugio di lenzuola bianche. Nel buio lei vedeva a malapena, poteva udire soltanto il tremare freddo del temporale all’esterno. La colse appena un gemito quando sentì nel buio uno stridere di denti e qualcosa di atroce come un ago le penetrò la candida pelle. “Sta ferma” le disse una voce roca. Ma lei sorrise, di muoversi non ne aveva l’intenzione.”

 

“Si lasciò andare, quel corpo freddo e morto le sembrava pieno di vita. O stava solo sognando? Non le importava… era un’esplosione di piacere quel pizzicorio, quelle mani che le cingevano il fianco e le sorreggevano la nuca, quella mano impastata e nascosta nei rossi capelli di lei. Come le piaceva che qualcuno si preoccupava così di lei, del suo piacere!”

 

“Le sembrò di non sentirsi così al sicuro da tempo. Ed era padrona di sé, senza paura, libera. Quella creatura non la giudicava, era anzi la causa di un primo vero piacere. Sentì il calore del respiro di lui sul suo collo, gocce di sangue caldo caddero dalla bocca di lui, colando sulla spalla di lei. Carezze macabre di inchiostro porpora. “Sto perdendo la testa” ansimò, eccitata.”

 

“E così fu. Perse letteralmente la testa. Si dimenticò delle sue delusioni, dei capelli arruffati, dell’uomo che l’aveva tradita, del bucato non steso e della situazione in cui era. Era a letto con un morto. Che però la faceva sentire di nuovo viva. Quelle strette così fredde e leggere che le dava lui le ricordavano il suo esser donna. Quelle carezze, quel dolore misto a piacere. Si chiese però perché non riuscisse a ricambiare questa forte onda che travolgeva lei e il suo sesso. Non aveva idea di cosa sarebbe accaduto, nemmeno di cosa avrebbe detto fatto dopo. Si stava ubriacando di piacere, e lui era il suo alcolico.”

 

“Lui esplorava quel corpo caldo con movimenti delicati, ma ricchi di fame. Quel corpo era per lui la fonte di un mondo nuovo. Le carezzò i capelli, i contorni del viso, e si scoprì commosso nel rivedersi in quegli occhi, due specchi di acqua limpidi che pregavano il dolore di prosciugarsi via. La bramava. Ma lui si chiese se una donna così bella e legata così tanto ai doveri mortali, avrebbe mai amato e seguito ciò che di folle e rivoluzionario e intensamente eterno lui rappresentava.”

 

“Il dubbio sfiorò lui così come toccò lei. Quasi fosse telepatia. E per calmare quel gelido animo irrequieto, lei provò a destarsi da quel paradiso in cui era entrata e cercò la sua bocca. Labbra carnose e bagnate toccarono le sue, un po’ più sottili. E istintivamente le leccò, leccò via da quella bocca una parte di lei, si assaggiò come non aveva mai fatto prima. Non capiva come potesse piacergli così tanto al punto di averla così come non l’aveva avuta nessuno. Pose le mani candide e dalle unghie curate sul volto di lui, tirato, teso, e lo baciò con passione.”

 

“Lei lo aveva capito. Non era mai successo. Il suo cuore era ancora immobile o gridava per esplodergli nel petto? Chiusero gli occhi. Lo scambio magico di sangue e saliva li portò ad avere una visione, viva. Erano in un vicolo, Vienna forse, musica di violini tzigani. E loro, ombre diafane, camminavano, finalmente invisibili a tutti. Si ridestarono. Lui sperò che lei capisse ciò che lui rappresentava. Ancora emozionato, scese a leccare il suo ombelico, e poi, più giù.”

 

“Lei non capiva. Le venne in mente e pronunciò con un filo di voce “Sogno o son desta?”. Ma lui la sentì, si fermò colo un istante per guardarla negli occhi che perfino al buio rilucevano di passione. Un mezzo sorriso, e tornò a concentrarsi sul corpo di lei, che improvvisamente si sentì una stupida, come una bambina che vedeva la neve per la prima volta. Ma lui sapeva muoversi bene, sapeva dove e cosa toccare per riportarla alla realtà. Lembi di lenzuola tenuti stretti fra le mani di lei, macchiati di sangue che ancora, goccia dopo goccia, uscivano da quella piccola ferita che le aveva però procurato tanto piacere. La candida camicia da notte era ormai persa nel grande letto.”

 

“Lui sapeva di non aver mai visto neppure in vita un corpo dalle forme tanto belle, due occhi simili, una simile pelle. Doveva regalare a quel corpo un piacere estremo, così carezzò con la sua lingua il sesso di lei, lo succhiò delicatamente con le labbra, ne assaggiò e bevve l’interno, carezzando l’esterno con le dita. Se lei fosse diventata la sua dama di morte, avrebbe reso ogni notte lunghissima per stare sdraiato in quel letto e vedere lei divincolarsi su di lui gemendo di piacere.”

 

“Sperava che potesse durare all’infinito, ma sapeva che non sarebbe stato così. L’alba sarebbe giunta, e lui sarebbe andato, lasciandola come è sempre stata lasciata. Da sola, in un letto, a ricucire le sue ferite. Qualcosa le impediva di vivere questo momento con tutta l’intensità possibile. Lui lo percepì, forse, perché improvvisamente allungò le mani verso i fianchi di lei, la testa ancora china fra le gambe bianche. La tenne stretta, òe carezzò l’ombelico, i palmi delle mani, le braccia. Non escluse i seni, così morbidi da aver paura di spezzarli. Aveva capito la paura che angosciava quella giovane donna e cercò di placare il suo tormento, ricordandole che non era li solo per del mero sesso. Lui non era un misero umano. Lui era diverso… alzò il volto da quel sesso umido e caldo che lo aveva invitato come fosse il diavolo tentatore, si portò su di lei, senza comprimerle il petto e la baciò. La baciò con amore misto a desiderio. Voleva che sapesse che sarebbe stata sua, ora e per sempre, se solo avesse voluto.”

 

“ “Non me ne andrò con le prime luci del sole. Non è solo desiderio del corpo, è un desiderio di appartenerci, insieme, protetta da me in un mondo migliore di questo. Se tu lo vorrai, io rimarrò accanto a te. Non ho mai passato una notte con simili scambi di tenerezza e carnale passione. Non sparirò, e tu vivrai ciò che ti offro, se lo vorrai…”disse lui”.

 

“Le sembrò come un fulmine che si improvvisa danzatore in un cielo terso. Non avevano senso quelle parole per lei, non in quel momento, non durante quel bacio che la ridestò da dubbi e incertezze. Poi colse il senso di quelle parole, così stranamente calde da sembrare impossibili. Ma tutto sembrava impossibile, tutto lo era. O forse no? E si improvvisò danzatrice come il fulmine, come quelle parole. Lo baciò ancora, gli baciò il collo, poi sentì il fruscio della seta della camicia di lui. Con la schiena che poggiava sui grandi cuscini coperti di stoffa  rosa, decise che avrebbe dovuto rispondere, ma non solo a parole. E continuò a baciare quelle labbra umide mentre, impacciata, cercava di farsi avanti fra i bottoni di perla. Sussurrava un labile si ripetuto come una nenia. Non ce la faceva più, sentiva il bisogno di esplodere, di liberarsi dai pensieri e ansie e paure. E tolta la camicia di lui, iniziò a spingerlo con le spalle sul letto.”

 

“Lui sentì il bisogno di lei, nessun povero mortale aveva mai avuto bisogno di lei come lui in quel momento. Voleva godere di quella bocca, di quei seni, di quel corpo. Voleva che isi, che lei ripeteva come incantata, fossero infiniti, che non arrivasse mai mattino, che i loro corpi si fondessero, eccitati, in uno solo.”

 

“Decise così di ripagare le attenzioni  e l’amore ricevuto con altro amore. Istintivamente poggiò le labbra sul petto di lui, e come fosse una serpe, strisciò la lingua su quel busto, scolpito si, ma non volgare. Le ricordava la bellezza delle statue di marmo greche. Gli leccò il collo, e ancora una volta, seguendo il suo istinto, affondò i denti nella fredda carne di lui. Ma non successe niente. Sentiva solo il bisogno di mordere.”

 

“Lui rise. “Lo sai che se hai voglia di mordermi, la mia carne è sempre qui per te, vero?”disse. La strinse, ma lei sembrava irrefrenabile…”

 

 

Si ridestò da quel magnifico incubo. Da quel sogno. Non sapeva nemmeno lei cosa fosse, ma era certa del brivido che le davano quelle parole.

 

 

*Sento di dovermi fermare qui. Trascriverei ancora la storia di una giovane donna dai capelli rossi e del suo improvviso amante. Il brivido, però, è arrivato anche a me.*

 

* Anche a me. Prometti che lo conserverai per quando ti incontrerò. Notte, mia compagna di questa nottata. Sai dove sono, se hai voglia di mordere.*

 

*Se lo conservo sarò costretta ad arrivare fino alla fine, come questa nostra fanciulla. Giovedì ho dimenticato l’esame. Domani saprò dirti a che ora. Lieta notte mio giovane amante di penna.*

 

 

Era oramai il 28 di settembre. Erano le 03.45 del mattino. Quel letto le sembrava troppo grande e lei si sentiva troppo sola. Non era abituata a quella mancanza. O meglio, se ne era fatta una ragione. Ed ora che lo aveva trovato, quel demone se ne era andato, fuggito di notte per tornare nel suo nido di fiamme. L’aveva lasciata da sola e lei non aveva posto obiezione. Sapeva dal primo scambio di pensieri che sarebbe finita, che si sarebbe trovata di nuovo da sola. Presa in giro come sempre. Ma era solo un’anima grigia, lei. Né carne né pesce, come le diceva la madre. Ma lei non ci voleva credere mai. Ora voleva godersi quei momenti di follia. L’amica l’aveva avvisata: sappi che riceverai una grossa mazzata.

 

Lo sapeva. Ma chiuse quel terribile presentimento in uno dei tanti cassetti del suo cuore di donna.