Archivio per aprile, 2011

°°°°HEARTKILLER°°°°

Posted in Senza categoria on 7 aprile 2011 by AtrocitA Hyde

Perché se uno sta bene ti ama in un modo, e se uno sta male ti ama in un altro? [cit. S. Ceccarelli]

Comincio di nuovo con questa frase. Il motivo delle separazioni sembra essere sempre questo. Gira tutto intorno a questo.

Il modo di amare, come si ama, per noi, sembra fondamentale. Una generazione di esseri maschili mezzi uomini e mezzi bambini dilaga e distrugge rapporti. Presuppongo di qualsiasi genere, ma per ora sembrano quelli d’amore a soffrire di più.

Vediamo di fare chiarezza, perché come sempre da un periodo a questa parte, mi sento confusa.

 

 

Amare è donare tutto se stesso senza nulla chiedere; amare non è dire mai << mi devi>> [cit. A.de saint-exupéry]

Magari è effettivamente così, magari amare non significa dire cosa si deve e cosa no. Magari amare significa donarsi all’altro, con la consapevolezza che l’altro, però, qualcosa avrà. Così come dovremmo averla noi. È un dare e avere che però comporta, come un contratto sottinteso ed implicito, un devi e un devo.

Ma noi non siamo santi. E nemmeno scrittori di buoni propositi, di morali giuste e di favole per bambini. Siamo esseri umani fatti di carne, incertezze e sempre più voglia di sicurezza.

Questa regola del “non dire devi” sembra rappresentare i primi mesi di una nuova storia, di un qualcosa che non si conosce e che ci regala emozioni magnifiche. Ma inevitabilmente tutto questo decade e una volta raggiunto l’ultimo stadio, raramente se ne esce. Sembra una cosa stupida, banale e infantile, ma stando a ciò che succede, posso dirvi che non è così.

 

Caso vuole che tempo fa una coppia di amici finisce per lasciarsi. Caso vuole che sia lei a stancarsi di questa relazione che non ha più senso. Lui non fa, lui non dice, lui non crede e lui non capisce. Queste le parole della  ragazza. Parole che suonano dittatorie o capricciose. Altra ragazza, altra storia. Praticamente identica: lui non capisce, lui non mi capisce, lui non pensa mai a questo. E anch’essa, come sopra, si stanca e lascia tutto. Un’altra ragazza: lui non vuole questo, lui però fa questo, lui non dice niente, lui non capisce. E anche lei molla la zavorra che pesa. E poi ce n’è un’altra che proprio si è stancata della stupidità del ragazzo; un’altra che continua a dargli molteplici possibilità per evolversi. E questo niente, è li che dorme, si rigira nel letto, si alza dice “si mamma ho capito” e poi si rimette a dormire. Fino a quando non suona la sveglia, l’ultima campana. E il ragazzo mette finalmente i piedi per terra. Poi la mamma non lo chiama più e allora si rimette a letto. E poi ancora un’altra. Con lo stesso modus operandi: ho capito, mamma ha detto no, si ma io non posso, si ma tu esageri, si ma tu pretendi. Si ma tanto tu sei mia.

E boom. Scoppia la bomba. Anzi, le bombe. Relazioni di 3, 4 e 5 anni che crollano come i palazzi di Gheddafi sotto le urla e gli assalti di un popolo in crisi, di un popolo che si ribella. Sembra di rivivere il 1789, una lotta per dei diritti di persone che non vivono bene, che stanno male. E queste persone, così come le ragazze, sono giunte alla conclusione che sono stati inutili i 60.000 cahier de doléances inviati al re. Qualcuno si è accorto che serve qualcosa di più forte, di diretto. Come la presa della Bastiglia o una frase: è finita.

 

Ed ecco che questi reucci si sentono con le spalle al muro, colpiti quando pensavano di essere al sicuro. Ed ecco che corrono al riparo e cercano rimedi. Frasi di convenienza, come te lo prometto, io cambierò; non è come credi è solo che in questo momento sono stressato; mi hai dato poco tempo, non posso dimostrarti quanto ti amo; tu pretendi troppo; tu non hai capito un sacco di cose di me. E via discorrendo, è inutile scriverci una pagina di word su queste frasi. Tanto le sapete a memoria.

E dopo tre, forse quattro volte che facciamo tira e molla, alla quinta dicono: caspita! Forse la sto perdendo.

Benvenuti nel fantastico mondo di Amelie! E allora tu, ragazza di 20anni fischietti, levi i rolli e la cuffietta da brava mamma (o moglie, nei casi migliori) e finisci per indossare i panni di una ballerina di burlesque. E ti senti in parte soddisfatta, ma comunque non ti basta. Dimostri al reuccio di cosa sei capace, che non è vero che sei sua, ma semplicemente che non diventi di altri (o di te stessa) solo se dimostra di essere grande. Di saperti fare sua con piccole cose che ti lasciano a bocca aperta e ti fanno pensare a quanto è dolce e quanto ti ama.

E così gli facciamo una lista della spesa, in cui segniamo un po’ tutti gli stessi ingredienti:

–          maturità;

–          dolcezza (ma non troppo, potrebbe guastare la torta);

–          autonomia dai genitori q.b;

–          autonomia economica dai 5 euro settimanali dei genitori q.b;

–          autogestione in momenti di crisi;

–          forza;

–          un pizzico di gelosia;

–          cavalleria q.b;

–          spirito di iniziativa in abbondanza;

–          attenzioni (mai saltuarie);

–          coraggio in quantità (dire palle sembrava brutto);

–          humor in abbondanza;

–          capacità di comprensione, senza fare troppe domande;

–          un minimo di cultura (perché poter parlare di tutto con lui è essenziale);

–          sincerità.

 

E la lista non è completa del tutto, manca qualcosa, che però rientra nelle caratteristiche fisiche che poco ci importano ora. La cosa che più mi stupisce è che tra tutte le ragazze, queste sono le opzioni che sembrano esser state inserite nella lista delle “cose importanti” senza le quali non si può costruire una relazione. E volendo nemmeno una-botta-e-via, perché nel migliore dei casi ci aspettiamo sempre una chiamata il giorno dopo.

 

Siamo nate con questa idea di uomo o ci è stata tramandata dai geni? L’abbiamo appresa guardando i nostri papà, oppure abbiamo deciso che vogliamo questo genere di caratteristiche a causa di esperienze precedenti? Se è vero che nessuna donna ama colui che la tratta molto male, che non c’è, che non la considera e non la riconosce come tale, perché ci ostiniamo a ricercare – e stare – con persone che non rispecchiano i nostri ideali? Perché accettiamo compromessi con persone che non ci rendono effettivamente felici?

 

Noi ragazze abbiamo un fattore che più di tutti ci unisce: l’età. Abbiamo tutte un’età compresa tra i 19 e i 23, e i ragazzi, come dire, hanno la nostra stessa età. Il più grande sembra avere 24 anni.

 

Abbiamo voglia di compagnia giovane ma adulta, abbiamo voglia di sentirci bene e riparate da insidiosi acari, senza percepirci sempre come pesci fuori d’acqua. E vogliamo essere protette da qualcosa, vogliamo sentirci amate, vogliamo essere viste e sentite. Le amiche non ci bastano, vogliamo un uomo. Ma ad un ragazzo non possiamo chiedere di essere uomo, di crescere così, di punto in bianco. E allora gli mandiamo dei segnali, li mettiamo alle strette, li riempiamo di attenzioni per fargli vedere quant’è bello. E loro stanno li, prendono e danno una volta al mese.

 

E cosa succede quando gli assassini dell’amore vengono messi con le spalle al muro? Assumono l’espressione di un cane bastonato, si accucciano e, psicologicamente parlando, assumono la posizione di remissione passiva, ovvero: ti faccio credere di aver capito, ma in realtà come posso torno a fare ciò che voglio.

 

Non è stupidità, almeno non credo.

 

È solo, forse, voglia di non sporcarsi le mani, di non lavorare per stare bene. Di non guadagnarsi il pane quotidiano dell’amore e dell’affetto, della stima e della reciproca fedeltà. In fondo, la loro mamma li amerà sempre e comunque.

 

I ragazzi di oggi si vergognano, sono timidi, non hanno stima di se stessi (o ne hanno troppa). Si ritrovano figli di una madre biologica e figli di una madre che li ama e che fa l’amore con loro. Un discorso un po’ ambiguo, non vi pare? Sembrerebbe che non ci sia nessuna via di uscita da questa storia. Colpa delle ragazze che pretendono, che chiedono e che vogliono un uomo. Colpa dei ragazzi che non pretendono, che non chiedono e non vogliono nulla. Amebe, insomma. Esseri così semplici da mandarci in paranoia. Da farci pensare – cosa grave a mio avviso – che se preferisce, 8 volte su 10, andare a dormire, la colpa è nostra, dei nostri peli o dei nostri pigiami. Noi, dal canto nostro, vogliamo nero chiediamo bianco e pensiamo grigio. Decisamente fuorviante la nostra mente.

Ma perché tutto questo? Bisognerebbe andare a ritroso nel tempo. Dal niente al troppo, dal tutto al niente. Così tremendamente estremisti. Da genitrici e corpi con il solo scopo riproduttivo siamo arrivate ad essere delle Wonder Woman e questi figli a cui facciamo da seconde mamme sono un casino. La loro mamma non è una Wonder Woman, ma ancora una donna che risente, forse, delle pressioni genitoriali e della voglia di cambiare strada per ribellione o per bisogno. Sono donne che molto spesso chiudono un occhio o due sulle scappatelle del marito magari o sulle “anomalie” del figlio. E non perché siano cieche. Ma forse perché il figlio è come il padre. E loro ci sono abituate.

 

Poi arriviamo noi, principesse di un papà che, da figlie femmine, ci ha sempre coccolate e viziate. E beh, perdonatemi se cerchiamo chi faccia lo stesso fuori dal lettone! Così come al nostro papà, anche al ragazzo perdoniamo tutto, facciamo le offese ma poi, quando si avvicina, non possiamo non sorridere. Stando a ciò che accade quotidianamente, cerchiamo dei genitori del sesso opposto, insomma.

 

E non è bello. Per niente.

 

Come se le parole non ci bastassero. E il ragazzo è fatto molto più di parole che di fatti. A scopare sono tutti bravi (quanto meno all’idea…) ma poi sono incapaci a portare un fiore che la ragazza gli ha regalato per farsi perdonare, sono incapaci a cercare una soluzione al problema o solo a pensare alla soluzione. Vogliono essere guidati. Proprio come i cani. Chiedono pietosamente una guida che li aiuti e li indirizzi verso l’uscita. Le ragazze di oggi, insomma, sono dei tomtom di prima scelta. Ragazzi che non sanno prendere decisioni perché forse il padre non l’ha mai fatto. E magari si chiedono: perché se non ho il seno devo pensarci io a queste cose?

È una cosa bruttissima da dire, così come la parte sul sesso. Ma ahimè, è veritiera.

Non per tutta la popolazione maschile, sia inteso. Ma ogni volta che si cerca la loro collaborazione la risposta è la stessa: pensaci te. No no, mi fido, fai te e poi mi dici.

 

E quando siamo noi a dire “tesoro, pensaci tu”? Cosa succede?

Il panico.

Cene saltate, viaggi saltati, biglietti sbagliati e abiti indossati che stonano perfino con l’arredamento del salone della nonna. Oppure – e questo è un classico – “scusa patatina mia, però se tu mi dici che non ti piacciono le rose e preferisci i tulipani, io le rose non te le porto!” e tu, con gli occhi sgranati “si ciccino caro (che assume il tono stizzito), ho detto che amo i tulipani e odio e rose, ma cazzo! Fra tulipani e rose ci passa un campo di fiori incredibilmente vasto!”

Avete appena assistito all’esasperazione di una ragazza che tenta di spiegare che anche se non ci sono i tulipani, le piacciono anche altri fiori e non si schifa se ne trova un piccolo mazzetto fra le mani del giovane lui.

Ma questo, ovviamente, è troppo difficile da comprendere per i ragazzi.

C’è un continuo far estremamente fede alle parole, senza contare che il significato cambia da tono a tono, da persona a persona e via dicendo. Per l’appunto, sono come i cani. Bisogna essere dirette.

Prendi la macchina (senza esitazione ed estremamente convinte) e lui prenderà la macchina. Gli risolviamo il problema di pensare cosa fare per organizzare la serata. Dando un ordine gli abbiamo risolto il problema di pensare.

L’effetto collaterale di questo essere dirette, però, è sempre nei paraggi. Arrivati al punto in cui non gli verranno date direttive, lui comincerà a barcollare, perderà l’orientamento e alla parola autonomia lui risponderà con: io sono autonomo. È solo che non c’ho pensato.

Le varianti a questo sono:

–          io sono autonomo. Solo che non trovo lavoro.

–          io sono autonomo. Solo che mamma non vuole.

–          io sono autonomo. Solo che se ti vizio te le devo dare vinte

–          io sono autonomo. Ma tu non fai niente per stimolarmi.

Alla parola stimolazione riusciamo a ricacciare fuori 3 4 5 anni di storia con tutte le sue magagne e con tutti i pianti che ci siamo fatte per far capire ad un pupo che siamo donne, che ci riteniamo tali e che come tali vogliamo essere trattate. E proponiamo esempi che, alla fin fine, suonano un po’ come i racconti delle nonne e dei loro fidanzati amorevoli. Oppure partiamo con la narrazione di una storia degna di Harmony dalla copertina rosa.

 

Ed è sempre la stessa storia. Un cane (di nuovo) che si morde la coda. Danno per certo tutto. Perfino che torneremo innamorate come prima, che vedremo solo loro e vivremo per loro. E danno per certo, forse, che torneremo ad essere le loro seconde mamme.

Se però i ragazzi che ci ritroviamo hanno la fortuna di fare come vogliono è solo colpa nostra. E in buona parte dei loro pensieri che assomigliano alle prime analisi logiche: soggetto predicato complemento oggetto. È colpa nostra perché ci lasciamo soggiogare dalla nostra mancanza di affetto, di amore e ci attacchiamo disperatamente a loro.

E come sempre sono li che ascoltano, dicono si tesoro, e poi tornano sui loro passi.
Quando ci stacchiamo da loro per un nostro bisogno di vita (così lo definiamo), si sentono minacciati, spesso. E noi pensiamo di conquistare il mondo. Così fanno gli offesi, tristi e solitari. Malinconici maschietti che vegetano davanti al pc in attesa di un segno. Attendono sempre qualcosa.

Ma perché mancano così tanto di azione e autonomia? Può essere solo causa del nostro bisogno di affetto? Perché per i primi famosi 6 mesi si mostrano dei principi azzurri e poi diventano dei reucci? Quale passaggio ci siamo perse? Siamo forse solo noi che gli permettiamo questo o ci sono altri fattori che influiscono?

 

Sto seguendo ora storia della psicologia e ho avuto un’illuminazione. Si parla di Tarde e della legge dell’imitazione che segue tre stadi:

–          passivo;

–          attivo;

–          maturo.

Vi dice niente? Passività estrema in cui il bambino esegue il “Ctrl + C” e “Ctrl + V”, a cui segue uno stadio attivo in cui il bambino capisce ciò che fa, e imita il comportamento appreso nel primo stadio riflettendoci su. Nell’ultimo stadio c’è la fortuna di capire se e come fare. C’è un ritorno di giudizio e consapevolezza.

Non vi sembra di rivedere il modus operandi dei nostri assassini di cui tanto si parla? È un po’ la stessa cosa. Imitazione di un comportamento. Noi siamo cresciute imitando le persone e le cose in tempi brevi e pratici per il confronto e la convivenza con l’altro.

 

Forse loro sono stati impegnati davanti alla playstation per i loro primi 228 mesi di vita.