Archivio per gennaio, 2011

°°°°SENZA TITOLO – ARTE CONTEMPORANEA°°°°

Posted in Senza categoria on 27 gennaio 2011 by AtrocitA Hyde

Non sento, non voglio sentire.

È una brutta cosa sentire. Si sentono così tante cose che la testa scoppia.

 

Silenzio, per favore.

 

Come si fa a sentire?

Si sente con le mani. Si sfiora. Si tocca. Si modella una figura. Si stringe.

Si sente.

 

Si sente con il naso. Si odora. Si immagina. Si riconosce casa. Si trova casa.

Si sente.

 

Si sente con la lingua. Si prova. Si assaggia. Si gusta. Si ricorda.

Si sente.

 

Si sente con gli occhi. Si sente l’altro. Si vede l’altro. Si sente il pericolo. Si vede ciò che ci fa sentire.

Si sente.

 

 

Ma sentire con il cuore, quello non si può. Sentire con il cuore è più difficile. Sentire con la testa, vivere con essa in base ad essa è facile. Mi protegge. Mi aiuta.

Non voglio soffrire, non voglio tremare dal freddo. Spengo il tatto e penso ad una notte di stelle infuocate. E mi riscaldo, non tremo. Basterebbe far scorrere sangue caldo nelle vene, basterebbe un sorso di calore umano, solo un poco.

 

Ma tremo, non voglio. Ho paura.

 

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°°°°AMORE NELLA POLVERE°°°°

Posted in Senza categoria on 16 gennaio 2011 by AtrocitA Hyde

La vecchia radio gracchiava canzonette del ventennio…
Il vecchio seduto sulla cigolante sedia a dondolo puzzava di benzina e sembrava infastidito da qualcosa. Sistemò la radio in cerca di un’altra stazione, ma poi la prese a pugni, e la spense del tutto.
Sentì di nuovo, forte nelle narici, quell’odore di muschio e candele, e si voltò verso la porta, che si era appena aperta sollevando un gran polverone.

Sembrava un cencio. La naftalina le solleticava il naso, olfatto troppo fine quello di lei. La radio passava qualcosa di troppo moderno tra un’interferenza e un’altra. Quanto la urtava. Come un fischietto per cani, solo più forte, più lungo.
Spostò lo sguardo e il pensiero sul vecchio, la pelle raggrinzita. Voleva sapere di lui. Si dimenticò dell’abbigliamento troppo old stile anche per il vecchio, aprì quella porta decisa, con forza. Era lei quella più forte, poteva permettersi di entrare senza bussare. Non fece però caso al tappeto a terra. Ci inciampò, una mano allungata verso il pomello. Una porta spalancata, un tappeto rivoltato e una donna china a terra.

Lui si alzò a fatica e si avvicinò a lei che intanto si era già rialzata.

“Perchè sei venuta qui?” le sbraitò. “Ti avevo detto di non farti più vedere!”.
Sbirciava palesemente la curvatura rosa della sua scollatura, la forma del suo seno che sembrava esplodere dal vestito. Pensò che molto spesso un corpo che si intravede da un bel vestito è persino più bello di un corpo nudo. Se non altro c’è molta più sorpresa.

Si alzò con grazia sebbene si sentisse in imbarazzo. Avrebbe dovuto prevedere che il vecchio non avrebbe mai gettato via il vecchio arredamento. Se ne era dimenticata. Si scrollò la polvere di dosso, si pulì le mani con il fazzoletto che teneva nella piccola borsa.
“Perchè sei venuta qui?”, le gridò il vecchio. Senza curarsene mise due dita nella canaletto che costruivano i seni. Prese una boccetta con le unghie laccate di rosso, se la portò sotto le narici, annusandone il contenuto. Sospirò, riprese la sua postura elegante e da prima donna e senza curarsi di ciò che il vecchio diceva, chiuse la boccetta e la rimise nel nascondiglio.

“Vuoi darmi una sniffata di quello??” disse il vecchio ridendo in maniera viscida e allungando una mano verso la pelle morbida di quel seno rigoglioso. Lei rispose con un violento schiaffo sul dorso della mano che mirava alle sue forme.

“Ahi!” piagnucolò lui.

“Non ora, lo sai che prima dovrai farlo…”

“Oh no, lo sai quanto è doloroso…”

“Fallo e basta…”

Il vecchio sbuffò e si voltò di spalle, avvicinandosi alla finestra iniziò a emettere buffi rantolii, poi il suo corpo iniziò a contorcersi come una vecchia ruota arruginita, finchè la sua pelle non iniziò a sfaldarsi come la buccia di una cipolla marcia.
Dopo un intensissimo dolore, riprese fiato e si guardò le mani. Erano di nuovo verdi, squamate, possenti.
Non era più gobbo ma si reggeva dritto in piedi, il collo non soffriva più dolori.
“Sei tornato” disse lei, sorridendo

Vide con la coda dell’occhio un movimento che non le piacque affatto. Indignata e divertita scacciò via quella mano ingorda e lo guardò.

“Fallo e basta…” fu l’ultimo insieme di sospiri che uscirono dalla sua bocca dai denti stretti. Ordinava sempre, non era mai stata capace di chiedere. Anche perché non voleva chiedere, non era nel suo stile. I lupi non chiedono, prendono e basta. E sempre quando hanno fame.

Gli ordinò di cambiare, di tornare in se. E lui lo fece, seppur contro voglia. Mentre si avvicinavano i dolori e la pelle morta si sbriciolava sul legno tarlato del parquet lei restava li, con gli occhi giallo ambra, in attesa di un ritorno. Si sciolse i capelli, li lasciò andare lungo la schiena. Le faceva schifo annusare e conservare gli odori di quella casa. Aspettò con ansia, mentre respirava a bocca aperta.

Lui si avvicinò a lei, la strinse forte al suo petto cingendola per la vita e lei si specciò in quegli occhi vitrei da serpente.

“Perchè non ti spogli, ho voglia di mangiarti” disse lui.

“Con calma, non sarà così facile” disse lei con voce severa e scostandosi da quella presa. “Prima mi devi dire dove sei stato tutto questo tempo, perchè non ti sei mai fatto trovare…”
Lui sentì uno strano calore bruciargli il petto e una gran voglia di riscoprire quel corpo.

“Perchè non ti spogli, ho voglia di mangiarti” si sentì dire da un cugino dei vermi. Dal SUO cugino dei vermi. Lui che avrebbe mangiato lei, che sciocchezza! Avrebbe voluto ridergli in faccia, dirgli che se non fosse tornato un verme non gli avrebbe mai permesso nemmeno un saluto da lontano. Lui però ora era li, un bel verde scuro che brillava. Stava bene con il colore dei suoi occhi.

Le associazioni libere le riuscivano sempre bene…

 

Anche se occupava uno spazio fisico in quella casa e nella sua testa, di tanto in tanto, non aveva nessuna voglia di trasformarsi in cibo come i vecchi tempi. Non si fidava, l’aveva abbandonata e tradita per una vita comune invece di seguire lei in uno stato borderline quasi estremo. Sapeva già cosa fare e come muoversi con lui. Aveva avuto modo di vederlo apparire e sparire come il serpente di Eva. Lo squadrò, respingendolo e liberandosi dalla stretta, le braccia incrociate a proteggere la pancia. Lo guardò con gli occhi vuoti e indagatori, un sorriso di sfida. “Perché sei sparito così, di punto in bianco? Perché pensi che io sia voluta tornare di mia spontanea volontà?” Spostò il peso su una gamba, come le vecchie sculture greche, quel “CHI” che tanto cercava sulle pagine dei libri d’arte. Il tacco della scarpa che iniziava a muoversi insistentemente su e giù.
“Aspetto che tu risponda” gli disse, come un ordine mascherato.

“Ho avuto delle cose da fare…” disse lui liberandosi i denti da qualche briciola o altri impicci.

“Cose da fare? E quali cose da fare ti hanno permesso di lasciarmi per quasi un secolo di vita senza neanche un segno da parte tua?”
Il profumo di lei lo faceva impazzire, e gli occhi di lei erano specchi nei quali entrare era un viaggio senza ritorno.

“Striscia ora, mentre mi dici dov’eri…”
Lui sorrise, ma vedendo lo sguardo serio di lei capì di non avere scelta.
Si chinò e si strofinò sul pavimento

“Ho mangiato…altre donne…”

“Belle donne?”

“Non quanto te…”

“Non quanto te, MIA REGINA, vorrai dire, verme…”
Lui si avvicinò per leccare la punta delle sue scarpe col tacco, ma lei la tirò indietro.

“Eh no, se tu provi godimento non c’è gusto”

“Non quanto te, MIA REGINA, vorrai dire, verme…” lo disse con lo stesso tono di sempre, di quel sempre che inizia quando un lupo non si fida. Abbassò la testa, guardando quella biscia a terra fra la polvere. Sembrava sentirsi a suo agio lui e a lei questo non piaceva affatto. Solo lei si sentiva come un pesce d’acqua dolce in un mare di piranha.

“Eh no, se tu provi godimento non c’è gusto” e tirando via la scarpa, la premette sulla mano di lui, che strillò un poco.

“Ahahaha! Quanto mi diverto ora! Ti piace così?”, disse, tirando indietro la testa e ridendo di una risata isterica, quasi cattiva. “Ti diverti a stare male per qualche momento?”

“Cazzo, ma sei scema?”, squittì lui, dimenticandosi che quella che aveva davanti era quel mostro di donna dai capelli rossi.

“No, ho solo voglia di divertirmi. Ed ora mi diverto facendoti male”.

Lo disse senza emozioni, fredda e crudele come diventava sempre dopo aver ricevuto un morso da chi fino un attimo prima mordeva con lei.

Il secondo calcio arrivò dritto nella bocca e lui si trovò schiena a terra, dolorante e intorpidito.

“Ehi baby questo non è il classico gioco dove mi picchi e si gode, mi hai solo fatto male”. In bocca aveva il caldo sapore del sangue.

“Deve fare…MALE!” disse lei infilzanndo il tacco nel petto di lui che sobbalzò iniziando quasi a lacrimare.

“Chi erano queste altre donne con cui sei stato?”

“Robetta in confronto a te…Ma poi anche tu sarai stati con altri uomini no?”
Lei sorrise mostrando la fede nuziale al dito.

Lui piagnucolò qualcosa, finchè non sentì un qualcosa di bollente attraversargli il colpo. Guardò meglio e vide il piccolo getto dorato che usciva dalla gonna di lei e arrivava a lui.

“E questa sarebbe tortura, baby?- disse lui sorridendo- a me questo piace eccome”
Lei apparve contrariata ma era estasiata dall’aver lasciato andare il suo corpo, e dalla perversione di lui, che le era così familiare e le era mancata molto.

Voleva vederle in faccia, le piaceva picchiare la gente, si sentiva meglio. E voleva vederle davanti a lei i loro volti, giudicarle. E lui avrebbe dovuto ammettere la sua superiorità. Anche se non gli avrebbe creduto.

Liberarsi in quella maniera su di lui l’aveva fatta sentire bene. Solo un attimo però, il tempo di iniziare a vederlo come un oggetto, come qualcosa con cui divertirsi. Però sapeva anche di aver marcato il territorio, dunque restava roba sua.

“Cosa hai voluto dimostrare? Che sono tuo?” lui si rialzò a fatica e un po’ dolorante.

“Direi che lo sapevi e lo avevi sempre saputo”

“E allora- disse lei- spiegami come hai fatto a non tornare prima”

“L’importante è che ora ci sia…E quindi devi concederti a me…lo sai…”

Lei sorrise, si voltò e iniziò a camminare ,rumore dei tacchi sul pavimento.
“Prestami attenzione!” sbraitò lui nervosamente, mentre lei continuava a sorridere

Doveva cedere, dannazione!

“Dovrai cedere prima o poi alla tentazione!” pensava lei.
Voleva vederlo in tensione, voleva vederlo preoccuparsi veramente per lei e la sua assenza. Sapeva che non sarebbe mai successo. Avrebbe voluto vederlo piegato in due come un essere umano qualsiasi ma lui non era così. Era un trasformista…

Lui si avvicinò e prese la mano di lei. La strofinò contro i pantaloni facendole sentire la crescente erezione che lo faceva impazzire.
“Ora io e te ristabiliamo quali sono le priorità”
Riprese la mano di lei e se la avvicinò alla bocca, ne succhiò le dita avido, golosamente.

Quando ebbe finito, l’anello nuziale di lei era sparito.

“Lo hai ingoiato, mostro!”.
Lui sorrise, gli occhi si illuminarono di una certa perfidia.

Riprese la mano di lei, se la portò di nuovo sotto la cintura, per far sentire l’eccitazione, ma questa volta i pantaloni erano sbottonati, e lei aveva in mano la sua carne calda e viva, pulsante

Si prese qualche momento di riflessione che le sembrò durare giorni. Non gli mancava in quel suo estraniarsi dal mondo. E per lei era davvero un grande passo.

“Ora io e te ristabiliamo quali sono le priorità”. Questo proprio no. Come un ordine, come un capo con la segretaria. Lei non era la segretaria di nessuno. La sua fede era sparita mentre le leccava le dita. Un momento di lucidità l’aveva risvegliata da quel sonno incosciente che adorava vivere. Si stava svegliando. Ed anche piuttosto incazzata. Il pelo iniziava ad arruffarsi, gli occhi ancora più gialli. La bile che saliva, mischiandosi al blu degli occhi. E poi vide due fiamme. Si calmò, il tutto mentre immergeva la mano nella stoffa del pantalone di lui. Lo tenne in mano, un pezzo di carne che poteva farle da antipasto. Lo toccò, accarezzandolo delicatamente. Si mise a terra e assaggiò la solita arma di seduzione. Aveva fame. Lo mise in bocca e lo morse.

Un urlo risuonò nella stanza, accompagnato da un ululato.
“Chi è che ristabilisce le priorità, ora?”