°°°°VAMPIRI PER L’ETERNITA’?°°°° – parte 2

Nel primo pomeriggio di quello stesso giorno lo pregò di sparire, di rendersi invisibile. Lui acconsentì.

 

 

 

“L’angelo rosso era un diavolo tentatore, mi pregò di non cercarla. Sentii il mio corpo spasimare alla mancanza del di lei contatto mentale, ma sorridendo, accettai.”

 

 

 

Silenzio fino alla mattina dopo. Lei visse nel pieno del tormento, agitata. Le mancava qualcosa, quel senso di piacere che le dava la voce di lui. Una quiete mista a simil vergogna. Un pudore, quello di lei, che andava ogni momento di più a sparire, lasciando il posto a picchi di piacere intenso.

 

 

 

“Ma certamente, figurati, vedermi deve essere un piacere, non un sacrificio. Se vuoi scambiare due parole per star meglio, io ci sono. Anche per me è una giornata no. Questa sera fammi sapere. Stai su, il mondo è comunque un piccolo buco di miseria, fin a prova contraria.”

 

 

 

Un pomeriggio senza di lui sembrava un pomeriggio lungo. Troppo. E lei non era abituata, non più, a questa solitudine. Ora dipendeva da lui, dalla sua testa, dalle sue parole. La facevano star bene, si sentiva desiderata. E lo voleva, voleva sapere di lui. Ma lui si era attenuto alla sua richiesta, era effettivamente sparito per una giornata. E lei non voleva accettarlo, non poteva. Era inammissibile che lui non sentisse quella voglia di incontrare di nuovo quel corpo bianco come la porcellana, quel corpo fatto di carne. Lei lo sapeva: era difficile resisterle. Lo sperava, almeno. Sperò che il suo pensiero lo raggiungesse. Si dice che tra due persone può instaurarsi un certo feeling mentale, un certo Imprinting. Sperò con tutto il suo cuore che quella notte avesse lasciato questo filo invisibile tra di loro.

 

 

 

“La dipendenza dal perturbante distrugge quando ne sei lontana.”

 

 

 

Erano le 19.49 del 29 settembre.

 

 

 

“E’ stato un pomeriggio che ha catapultato due persone così vicine. È una sorta di… strana mancanza.”

 

“Ma questo non va affatto bene. Non è etico. È solo terribilmente delizioso.”

 

“Uh… e a noi piacciono le cose amorali e deliziose. E per ora ti stai appena leccando le dita sporche di cioccolata. Non è come assaggiare vera cioccolata.”

 

“E’ terribile la cosa che hai detto. Come se mi stessi somministrando una lacrima di latte alla volta…”

 

“Da un contagocce. Come un vampiro costretto a bere da un buco nel polso fatto da un piccolo spillo. Goccia dopo goccia, la sete è tanta. Non vorresti un bel sorso?”

 

“Dio se sei un tentatore…”

 

“Ho sete e voglia di far bere, capisci che fatica deliziosa?”

 

“Già… posso capire…”

 

“Anche tu, eh…”

 

 

 

Pausa. Erano le 20.15 di quella sera carica di elettricità. Si erano dati un appuntamento ad una manciata di minuti dopo, giusto il tempo di desiderare qualcosa e di immaginarla, toccarla. Provare solo a sfiorare quell’immagine di lui, annusarne l’aria.

 

 

 

“Vuoi che mi squarci il polso e ti faccia assaggiare? Immagini la mia bocca umida che beve dal tuo polso? La vita è per chi osa, per chi si stanca dei piccoli sorsi.”

 

“Non tentarmi… il sangue mi piace..”

 

“Non ti tenterò. Studia allora. Oppure prova a vivere la tua quotidianità, il tuo “bucato da stendere”, i “capelli scompigliati”, senza voler intimamente essere altrove, bramare di conoscere la mia voce, il mio odore, il mio sapore, ti sfido a farlo se ci riesci. Io con te non ci riesco…”

 

 

 

Un dolore al petto. Lei, chiusa nel suo mondo, sentiva bisogno di bere da lui, sentiva di dovercisi avvicinare, leccare e cadere esausta. Un lampo, un flash nella sua testolina. Lei, in una casetta, un mestolo fra le mani e una pelle e un volto triste. Una casa sporca, piena di panni e giornali ovunque. Bambini che corrono. E un compagno sempre esausto, con un paio di occhiali calati sul naso. Un volto stanco. No, non poteva essere… non voleva quella vita, voleva godere dei suoi piaceri.

 

 

 

“Non credo di riuscirci, io… anche quando sono a dieta e la cioccolata mi tenta mi lascio tentare..”

 

“Vorrei che tu fossi qui. Ho un regno di poesia e piacere e silenzio e segreti e comodità e buio. Pronto. Sono solo… manca una regina…”

 

“Mi sembra improvvisamente di impazzire. Ho fame di Ylenia e sete di AtrocitA.”

 

“Io sto impazzendo invece perché qualche canzone parla di un amore mai tradito. Un’altra di vivere la vita… la fame c’è anche qui…”

 

“Prima di tutto non dovresti tradire te stessa… che strane sensazioni stasera..”

 

“Già.. lusinghe, paure..”

 

“Desiderio e incoscienza, freni etici..”

 

“E’ quella sana stanchezza o tutta quell’energia da condividere che ti riporta fra le lenzuola… Ma non resiste alla tentazione di abbandonarti a quel piacevole colpevole… colpevole… colpevole… E’ questo che senton le mie orecchie ora. Assurdo.”

 

“Sono parole davvero di ispirazione per le tue orecchie, mio piccolo demone.”

 

“Ascoltati ‘Cercami’..”

 

“La conosco bene.. io mi berrò l’insicurezza che mi dai, l’anima mia farò tacere pure lei. Se mai vivrò di questa clandestinità…”

 

“Cercami…”

 

“Vorrei trovarti…”

 

“Di cercarmi non smettere mai…”

 

“Quando ti troverò?, non smetterò, con ogni fibra del mio corpo.”

 

“Quando non lo so, nel frattempo, però, sarà la notte a portarti da me…”

 

“Stiamo entrando nel manto notturno proprio ora.. attenta, il sonno della ragione eccita i piccoli demoni.”

 

 

 

Mentre leggeva sperava fosse colui che l’avrebbe cercata all’infinito. Lui non sembrava accontentarsi di sole parole. Lui la voleva. E lei voleva lui, ma sembrava che tutto gli remasse contro. Così si limitava a sedere sulla sedia, tra una canzone e l’altra, ad immaginare cosa sarebbe successo se invece di sedere li, si fosse avventurata in quel bosco fitto della mente di lui. Avrebbe trovato ciò che cercava da sempre? Avrebbe vissuto davvero con lui? Non lo sapeva, certo. Ma sperava col cuore. Un cuore di donna che non l’avrebbe mai abbandonata, purtroppo.

 

 

 

“Non si studia, ma forse sto imparando a vivere, almeno ogni tanto…sto perdendo la voce però”

 

“Troppo cantare, o troppo urlare in silenzio, perché nessuno senta?”

 

“Entrambe. Ma c’ho fatto l’abitudine.”

 

“Voglio sentire entrambe le voci, capire cosa dicono di me.”

 

 

“Ti cerco. Mi senti?”

 

“Io ti sento.. almeno credo..”

 

“Ti aspetto, questo sappilo per certo”

 

 

 

Momenti di vuoto. E poi la ripresa. Una corda in suo soccorso.

 

 

 

“Come mai non vedi l’ora?”

 

“Per capire perché anche stanotte affonderei con te in un racconto (dal quale ti salva solo la testa sull’esame) ho bisogno di capire chi sia questo piccolo demone.”

 

“E poi per concedermi un pezzo di vita.”

 

“Mi salva l’esame.. e se ti dicessi che studio domani mattina o questa notte bella che inoltrata?”

 

 

 

Ciò che sarebbe accaduto da ora in poi non le sarebbe importato. Si fermò davanti al libro, lo guardò con aria assente. Squillò il cellulare e lei tremò. Corse davanti lo specchio del bagno. Per un attimo le sembrò di essere un piccolo bon bon di panna montata con succo di rosa. La babydoll rosa perla le stava d’incanto, ma la faceva assomigliare ad un dolce. E quel seno florido le ricordava due curve arricciate di panna che decorano le torte. Si sistemò la massa di capelli rossi, si mise la crema sul viso e corse su per le scale. Al terzo scalino si ricordò del cellulare sul tavolo, del libro rimasto aperto e della luce accesa. Chiuse il libro, come si fa con le foto delle mogli o dei mariti che ti guardano incorniciati mentre commetti atti impuri, mentre vivi. Prese il cellulare, la brocca dell’acqua che l’avrebbe sostenuta la notte, spense la luce e si tuffò sul grande letto. Si era fatta bella come una ragazzina. Ma per cosa? Per andare a letto non serviva. Eppure lei sapeva – e sperava – che lui la sarebbe andata a trovare, come quel 28 settembre. Si sarebbe affacciato sul davanzale di quella finestra del piccolo salone, da dove avrebbe scorto quel corpo bianco.

 

 

 

“Inizierei così… la nebbia era come un mantello freddo. Da quanto era in quella jungla? Impossibile saperlo. Era stanco, solo, affamato. Assetato. Raggiunse di nuovo la spiaggia di quel posto sospeso, e li vide una splendida fanciulla dai capelli rossi. Piangeva, i piedi nudi nascosti nella sabbia grigia.”

 

“Con le dita giocava sulla sabbia, le ginocchia retratte come un feto, la seta della tunica nera le scivolava lungo il corpo, senza scoprire niente. Capelli che odoravano di salsedine, ma lei… lei emanava odore di morte, e dai suoi occhi cadevano gocce di sangue, giù, come fosse un fiumiciattolo.”

 

“Lui le si avvicinò. Tolse dalla sacca il fiore trovato quel pomeriggio e lo porse. Lei sorrise timida, denti bianchi come perle. “Perché ti disperi?” disse lui. “Aspettavamo entrambi di incontrare qualcuno della nostra specie, no? Sei bella come un’onda del mare, altrettanto forte, ed altrettanto persa in un abisso, piccola mia.” “

 

“Chi sei?” gli chiese lei, con un’aria da bambina. Le orecchie dritte però, o sensi in allerta. Quel fiore era troppo candido. Sentiva l’odore di lui… un odore inconfondibile. Gocce di sudore gli colavano dalle braccia. Umidità maledetta! Poi i suoi occhi seguirono le gocce, seguirono le braccia, quella pelle, arrivando al polso. Sentiva il richiamo, sentiva la naturale forza crescere in lei, nella sua testa. “Non ora..”, si sforzò di pensare. E lo pensò, ma la sua lingua già si carezzava i denti.”

 

“Lui notò lo sguardo si lei, cambiato, le carezzò le labbra morbide, petali di passionale rosa rossa. Notò come lei sorrise, stranamente.

“Dammi la mano”, disse lui, e porse la sua candidamente. Fu un attimo. Come ferro rovente piantato nel polso, atroce puntura, i denti di lei cercarono le sue vene. Lui urlò. Ma poco dopo, scomparvero la fame e la sete umane. Ora voleva solo leccare ogni centimetro della pelle di lei, bagnarla di saliva. E il dolore diventò godimento.”

 

“L’odore di per se la inebriava, ma il suo rumore, come scorreva veloce nelle vene. La faceva impazzire. “Mantieni la calma” continuava a ripetersi. E come ebbe una sola goccia sulle sue labbra, perse il controllo. Un momento solo che fu fatale. Per la foga si voltò, lasciò che si intravedesse una porzione di piede e subito, come un felino, lo ricacciò dentro, immerso nella sabbia. Divenne quasi rossa. Si riprese, prese il controllo di se. Si staccò. Fece uscire una porzione di lingua sulle labbra, poi sul polso di lui.”

 

“Il cuore di lui batteva ora come una belva. La afferrò e la baciò. Le loro lingue si gustarono, danzarono insieme. Amava quella saliva, ma non lo dissetava. Le strappò un lembo di veste e provò a leccare quel seno perfetto, con ingordigia, ma non era pago. Poi lo vide. La forma perfetta del piede di lei, il candore della pelle, gli intarsi di vene che battevano nelle caviglie. Le leccò le dita, poi rise. E sfoderò i canini.”

“Si ritrasse. “No! Fermo!” gli urlò. Non era un urlo d rabbia, bensì quasi una preghiera. Lo pregò di fermarsi, gli disse che gli avrebbe donato altro, ma non avrebbe dovuto toccarle i piedi.. tutto ma non i piedi. Cercò di coprirsi la pelle nuda, voleva calore, voleva sangue e vita. Ma non così.”

 

*Mi stai facendo diventare pazzo* “Lui si alzò di scatto, le sollevò la veste nera, e poi fu dentro di lei, con energia, furore, passione, il suo corpo scivolò nella carne di lei, si mosse in quel corpo bollente, aumentando quelle spinte, godendo di quel ritmo appassionato. “Appena raggiungerai il culmine del piacere” ansimò lui sentendo quel corpo offrirsi al suo, “appena lo raggiungerai, ti sbranerò la giugulare.” “

 

“Si ritrovò con la schiena sulla sabbia, umida, tutta. Come un’onda ebbe lui sopra, così vigoroso e forte da metterla quasi in imbarazzo. Non si era mai sentita così, non era mai stata sottomessa una sola volta nella sua vita, per lo meno, non in quella nuova. Vita, morte non era ancora chiara la cosa per lei.”

 

 

 

E poi più nulla. Non ebbe risposta. Si sentì persa, affranta. Aveva paura di aver detto qualcosa di male. Si sentiva stupida, in quel letto. Si rigirava perché lo voleva, voleva ancora le sue parole. Ma lui non c’era, era sparito. Provò a chiedersi perché le aveva detto quelle cose, perché lo stava facendo impazzire. In cuor suo sperava che lui stesse perdendo la testa per lei, che la volesse con tutto il suo cuore. Sospirò. Lo chiese anche a lui ma non ebbe risposta. Attese.

 

Alle 03.51 il telefono vibrò. Nel buio sentiva solo un lieve bip. Di scatto aprì gli occhi, sperando di vederlo li, nel suo letto, a torcersi come aveva fatto lei, a dormire male per la sua mancanza.

 

 

 

“Mi stai facendo impazzire vuol dire che non resisto più, sono cresciute le mie voglie, la mia voglia di te.”

 

 

 

Questa volta fu lei a non rispondere. Restò li, sdraiata nel letto a pensare. Si chiese cosa volesse dire vivere, provare qualcosa di diverso. Cadde nel pieno centro di un limbo più pauroso dell’ultimo girone dell’Inferno dantesco. Sola al buio, si fece strada con le parole che le aveva lasciato lui. Sentì quel brivido, indicatore di un piacere in arrivo. Con il telefono in una mano, lasciò cadere l’altra in basso, al ritmo della fantasia che aveva di lui, del suo letto. Chissà dove dorme? E porta il pigiama? Legge prima di dormire? Si disse che non erano domande da porsi. Voleva vivere, voleva divertirsi. Lasciò quelle domande per far posto ad un respiro crescente. Poi un suono, simile ad uno sbuffo divertito. Erano le 5 del mattino oramai.

 

 

 

“Scusa per stanotte, ho avuto un mero problema tecnico. Lo vedi, gli ostacoli della distanza. Non so cosa abbia fatto tu, ma io son qui, praticamente insonne. Sono folle ormai, senza pace, sei la mia piaga, il morso vampiresco, la febbre cerebrale. La mia tortura de li zio sa.”

 

 

 

E così crebbe il sole. Si ridestò da poche ore di sonno con quel messaggio in testa. Aveva scritto che era la sua piaga, la febbre, la tortura. E aveva scandito bene la parola DELIZIOSA. Non le sembrava vero. Si alzò di scatto, pronta per affrontare una giornata con il suo professore in sede d’esame. Non le importava non aver studiato bene, non le importava le gambe gonfie che avrebbe trovato la mattina dopo a causa delle troppe birre che avrebbe bevuto. Voleva solo leggere ancora, sfamarsi di quel cibo così succulento. Ancora, si interrogava sul perché di quelle parole. Ylenia era presente, ma AtrocitA non fece altro che ricacciare quell’esserino insignificante nella tana. Le avrebbe creato troppi guai, se solo avesse pensato ancora.

 

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