Archivio per ottobre, 2010

°°°°VAMPIRI PER L’ETERNITA’?°°°° – parte 2

Posted in Senza categoria on 30 ottobre 2010 by AtrocitA Hyde

Nel primo pomeriggio di quello stesso giorno lo pregò di sparire, di rendersi invisibile. Lui acconsentì.

 

 

 

“L’angelo rosso era un diavolo tentatore, mi pregò di non cercarla. Sentii il mio corpo spasimare alla mancanza del di lei contatto mentale, ma sorridendo, accettai.”

 

 

 

Silenzio fino alla mattina dopo. Lei visse nel pieno del tormento, agitata. Le mancava qualcosa, quel senso di piacere che le dava la voce di lui. Una quiete mista a simil vergogna. Un pudore, quello di lei, che andava ogni momento di più a sparire, lasciando il posto a picchi di piacere intenso.

 

 

 

“Ma certamente, figurati, vedermi deve essere un piacere, non un sacrificio. Se vuoi scambiare due parole per star meglio, io ci sono. Anche per me è una giornata no. Questa sera fammi sapere. Stai su, il mondo è comunque un piccolo buco di miseria, fin a prova contraria.”

 

 

 

Un pomeriggio senza di lui sembrava un pomeriggio lungo. Troppo. E lei non era abituata, non più, a questa solitudine. Ora dipendeva da lui, dalla sua testa, dalle sue parole. La facevano star bene, si sentiva desiderata. E lo voleva, voleva sapere di lui. Ma lui si era attenuto alla sua richiesta, era effettivamente sparito per una giornata. E lei non voleva accettarlo, non poteva. Era inammissibile che lui non sentisse quella voglia di incontrare di nuovo quel corpo bianco come la porcellana, quel corpo fatto di carne. Lei lo sapeva: era difficile resisterle. Lo sperava, almeno. Sperò che il suo pensiero lo raggiungesse. Si dice che tra due persone può instaurarsi un certo feeling mentale, un certo Imprinting. Sperò con tutto il suo cuore che quella notte avesse lasciato questo filo invisibile tra di loro.

 

 

 

“La dipendenza dal perturbante distrugge quando ne sei lontana.”

 

 

 

Erano le 19.49 del 29 settembre.

 

 

 

“E’ stato un pomeriggio che ha catapultato due persone così vicine. È una sorta di… strana mancanza.”

 

“Ma questo non va affatto bene. Non è etico. È solo terribilmente delizioso.”

 

“Uh… e a noi piacciono le cose amorali e deliziose. E per ora ti stai appena leccando le dita sporche di cioccolata. Non è come assaggiare vera cioccolata.”

 

“E’ terribile la cosa che hai detto. Come se mi stessi somministrando una lacrima di latte alla volta…”

 

“Da un contagocce. Come un vampiro costretto a bere da un buco nel polso fatto da un piccolo spillo. Goccia dopo goccia, la sete è tanta. Non vorresti un bel sorso?”

 

“Dio se sei un tentatore…”

 

“Ho sete e voglia di far bere, capisci che fatica deliziosa?”

 

“Già… posso capire…”

 

“Anche tu, eh…”

 

 

 

Pausa. Erano le 20.15 di quella sera carica di elettricità. Si erano dati un appuntamento ad una manciata di minuti dopo, giusto il tempo di desiderare qualcosa e di immaginarla, toccarla. Provare solo a sfiorare quell’immagine di lui, annusarne l’aria.

 

 

 

“Vuoi che mi squarci il polso e ti faccia assaggiare? Immagini la mia bocca umida che beve dal tuo polso? La vita è per chi osa, per chi si stanca dei piccoli sorsi.”

 

“Non tentarmi… il sangue mi piace..”

 

“Non ti tenterò. Studia allora. Oppure prova a vivere la tua quotidianità, il tuo “bucato da stendere”, i “capelli scompigliati”, senza voler intimamente essere altrove, bramare di conoscere la mia voce, il mio odore, il mio sapore, ti sfido a farlo se ci riesci. Io con te non ci riesco…”

 

 

 

Un dolore al petto. Lei, chiusa nel suo mondo, sentiva bisogno di bere da lui, sentiva di dovercisi avvicinare, leccare e cadere esausta. Un lampo, un flash nella sua testolina. Lei, in una casetta, un mestolo fra le mani e una pelle e un volto triste. Una casa sporca, piena di panni e giornali ovunque. Bambini che corrono. E un compagno sempre esausto, con un paio di occhiali calati sul naso. Un volto stanco. No, non poteva essere… non voleva quella vita, voleva godere dei suoi piaceri.

 

 

 

“Non credo di riuscirci, io… anche quando sono a dieta e la cioccolata mi tenta mi lascio tentare..”

 

“Vorrei che tu fossi qui. Ho un regno di poesia e piacere e silenzio e segreti e comodità e buio. Pronto. Sono solo… manca una regina…”

 

“Mi sembra improvvisamente di impazzire. Ho fame di Ylenia e sete di AtrocitA.”

 

“Io sto impazzendo invece perché qualche canzone parla di un amore mai tradito. Un’altra di vivere la vita… la fame c’è anche qui…”

 

“Prima di tutto non dovresti tradire te stessa… che strane sensazioni stasera..”

 

“Già.. lusinghe, paure..”

 

“Desiderio e incoscienza, freni etici..”

 

“E’ quella sana stanchezza o tutta quell’energia da condividere che ti riporta fra le lenzuola… Ma non resiste alla tentazione di abbandonarti a quel piacevole colpevole… colpevole… colpevole… E’ questo che senton le mie orecchie ora. Assurdo.”

 

“Sono parole davvero di ispirazione per le tue orecchie, mio piccolo demone.”

 

“Ascoltati ‘Cercami’..”

 

“La conosco bene.. io mi berrò l’insicurezza che mi dai, l’anima mia farò tacere pure lei. Se mai vivrò di questa clandestinità…”

 

“Cercami…”

 

“Vorrei trovarti…”

 

“Di cercarmi non smettere mai…”

 

“Quando ti troverò?, non smetterò, con ogni fibra del mio corpo.”

 

“Quando non lo so, nel frattempo, però, sarà la notte a portarti da me…”

 

“Stiamo entrando nel manto notturno proprio ora.. attenta, il sonno della ragione eccita i piccoli demoni.”

 

 

 

Mentre leggeva sperava fosse colui che l’avrebbe cercata all’infinito. Lui non sembrava accontentarsi di sole parole. Lui la voleva. E lei voleva lui, ma sembrava che tutto gli remasse contro. Così si limitava a sedere sulla sedia, tra una canzone e l’altra, ad immaginare cosa sarebbe successo se invece di sedere li, si fosse avventurata in quel bosco fitto della mente di lui. Avrebbe trovato ciò che cercava da sempre? Avrebbe vissuto davvero con lui? Non lo sapeva, certo. Ma sperava col cuore. Un cuore di donna che non l’avrebbe mai abbandonata, purtroppo.

 

 

 

“Non si studia, ma forse sto imparando a vivere, almeno ogni tanto…sto perdendo la voce però”

 

“Troppo cantare, o troppo urlare in silenzio, perché nessuno senta?”

 

“Entrambe. Ma c’ho fatto l’abitudine.”

 

“Voglio sentire entrambe le voci, capire cosa dicono di me.”

 

 

“Ti cerco. Mi senti?”

 

“Io ti sento.. almeno credo..”

 

“Ti aspetto, questo sappilo per certo”

 

 

 

Momenti di vuoto. E poi la ripresa. Una corda in suo soccorso.

 

 

 

“Come mai non vedi l’ora?”

 

“Per capire perché anche stanotte affonderei con te in un racconto (dal quale ti salva solo la testa sull’esame) ho bisogno di capire chi sia questo piccolo demone.”

 

“E poi per concedermi un pezzo di vita.”

 

“Mi salva l’esame.. e se ti dicessi che studio domani mattina o questa notte bella che inoltrata?”

 

 

 

Ciò che sarebbe accaduto da ora in poi non le sarebbe importato. Si fermò davanti al libro, lo guardò con aria assente. Squillò il cellulare e lei tremò. Corse davanti lo specchio del bagno. Per un attimo le sembrò di essere un piccolo bon bon di panna montata con succo di rosa. La babydoll rosa perla le stava d’incanto, ma la faceva assomigliare ad un dolce. E quel seno florido le ricordava due curve arricciate di panna che decorano le torte. Si sistemò la massa di capelli rossi, si mise la crema sul viso e corse su per le scale. Al terzo scalino si ricordò del cellulare sul tavolo, del libro rimasto aperto e della luce accesa. Chiuse il libro, come si fa con le foto delle mogli o dei mariti che ti guardano incorniciati mentre commetti atti impuri, mentre vivi. Prese il cellulare, la brocca dell’acqua che l’avrebbe sostenuta la notte, spense la luce e si tuffò sul grande letto. Si era fatta bella come una ragazzina. Ma per cosa? Per andare a letto non serviva. Eppure lei sapeva – e sperava – che lui la sarebbe andata a trovare, come quel 28 settembre. Si sarebbe affacciato sul davanzale di quella finestra del piccolo salone, da dove avrebbe scorto quel corpo bianco.

 

 

 

“Inizierei così… la nebbia era come un mantello freddo. Da quanto era in quella jungla? Impossibile saperlo. Era stanco, solo, affamato. Assetato. Raggiunse di nuovo la spiaggia di quel posto sospeso, e li vide una splendida fanciulla dai capelli rossi. Piangeva, i piedi nudi nascosti nella sabbia grigia.”

 

“Con le dita giocava sulla sabbia, le ginocchia retratte come un feto, la seta della tunica nera le scivolava lungo il corpo, senza scoprire niente. Capelli che odoravano di salsedine, ma lei… lei emanava odore di morte, e dai suoi occhi cadevano gocce di sangue, giù, come fosse un fiumiciattolo.”

 

“Lui le si avvicinò. Tolse dalla sacca il fiore trovato quel pomeriggio e lo porse. Lei sorrise timida, denti bianchi come perle. “Perché ti disperi?” disse lui. “Aspettavamo entrambi di incontrare qualcuno della nostra specie, no? Sei bella come un’onda del mare, altrettanto forte, ed altrettanto persa in un abisso, piccola mia.” “

 

“Chi sei?” gli chiese lei, con un’aria da bambina. Le orecchie dritte però, o sensi in allerta. Quel fiore era troppo candido. Sentiva l’odore di lui… un odore inconfondibile. Gocce di sudore gli colavano dalle braccia. Umidità maledetta! Poi i suoi occhi seguirono le gocce, seguirono le braccia, quella pelle, arrivando al polso. Sentiva il richiamo, sentiva la naturale forza crescere in lei, nella sua testa. “Non ora..”, si sforzò di pensare. E lo pensò, ma la sua lingua già si carezzava i denti.”

 

“Lui notò lo sguardo si lei, cambiato, le carezzò le labbra morbide, petali di passionale rosa rossa. Notò come lei sorrise, stranamente.

“Dammi la mano”, disse lui, e porse la sua candidamente. Fu un attimo. Come ferro rovente piantato nel polso, atroce puntura, i denti di lei cercarono le sue vene. Lui urlò. Ma poco dopo, scomparvero la fame e la sete umane. Ora voleva solo leccare ogni centimetro della pelle di lei, bagnarla di saliva. E il dolore diventò godimento.”

 

“L’odore di per se la inebriava, ma il suo rumore, come scorreva veloce nelle vene. La faceva impazzire. “Mantieni la calma” continuava a ripetersi. E come ebbe una sola goccia sulle sue labbra, perse il controllo. Un momento solo che fu fatale. Per la foga si voltò, lasciò che si intravedesse una porzione di piede e subito, come un felino, lo ricacciò dentro, immerso nella sabbia. Divenne quasi rossa. Si riprese, prese il controllo di se. Si staccò. Fece uscire una porzione di lingua sulle labbra, poi sul polso di lui.”

 

“Il cuore di lui batteva ora come una belva. La afferrò e la baciò. Le loro lingue si gustarono, danzarono insieme. Amava quella saliva, ma non lo dissetava. Le strappò un lembo di veste e provò a leccare quel seno perfetto, con ingordigia, ma non era pago. Poi lo vide. La forma perfetta del piede di lei, il candore della pelle, gli intarsi di vene che battevano nelle caviglie. Le leccò le dita, poi rise. E sfoderò i canini.”

“Si ritrasse. “No! Fermo!” gli urlò. Non era un urlo d rabbia, bensì quasi una preghiera. Lo pregò di fermarsi, gli disse che gli avrebbe donato altro, ma non avrebbe dovuto toccarle i piedi.. tutto ma non i piedi. Cercò di coprirsi la pelle nuda, voleva calore, voleva sangue e vita. Ma non così.”

 

*Mi stai facendo diventare pazzo* “Lui si alzò di scatto, le sollevò la veste nera, e poi fu dentro di lei, con energia, furore, passione, il suo corpo scivolò nella carne di lei, si mosse in quel corpo bollente, aumentando quelle spinte, godendo di quel ritmo appassionato. “Appena raggiungerai il culmine del piacere” ansimò lui sentendo quel corpo offrirsi al suo, “appena lo raggiungerai, ti sbranerò la giugulare.” “

 

“Si ritrovò con la schiena sulla sabbia, umida, tutta. Come un’onda ebbe lui sopra, così vigoroso e forte da metterla quasi in imbarazzo. Non si era mai sentita così, non era mai stata sottomessa una sola volta nella sua vita, per lo meno, non in quella nuova. Vita, morte non era ancora chiara la cosa per lei.”

 

 

 

E poi più nulla. Non ebbe risposta. Si sentì persa, affranta. Aveva paura di aver detto qualcosa di male. Si sentiva stupida, in quel letto. Si rigirava perché lo voleva, voleva ancora le sue parole. Ma lui non c’era, era sparito. Provò a chiedersi perché le aveva detto quelle cose, perché lo stava facendo impazzire. In cuor suo sperava che lui stesse perdendo la testa per lei, che la volesse con tutto il suo cuore. Sospirò. Lo chiese anche a lui ma non ebbe risposta. Attese.

 

Alle 03.51 il telefono vibrò. Nel buio sentiva solo un lieve bip. Di scatto aprì gli occhi, sperando di vederlo li, nel suo letto, a torcersi come aveva fatto lei, a dormire male per la sua mancanza.

 

 

 

“Mi stai facendo impazzire vuol dire che non resisto più, sono cresciute le mie voglie, la mia voglia di te.”

 

 

 

Questa volta fu lei a non rispondere. Restò li, sdraiata nel letto a pensare. Si chiese cosa volesse dire vivere, provare qualcosa di diverso. Cadde nel pieno centro di un limbo più pauroso dell’ultimo girone dell’Inferno dantesco. Sola al buio, si fece strada con le parole che le aveva lasciato lui. Sentì quel brivido, indicatore di un piacere in arrivo. Con il telefono in una mano, lasciò cadere l’altra in basso, al ritmo della fantasia che aveva di lui, del suo letto. Chissà dove dorme? E porta il pigiama? Legge prima di dormire? Si disse che non erano domande da porsi. Voleva vivere, voleva divertirsi. Lasciò quelle domande per far posto ad un respiro crescente. Poi un suono, simile ad uno sbuffo divertito. Erano le 5 del mattino oramai.

 

 

 

“Scusa per stanotte, ho avuto un mero problema tecnico. Lo vedi, gli ostacoli della distanza. Non so cosa abbia fatto tu, ma io son qui, praticamente insonne. Sono folle ormai, senza pace, sei la mia piaga, il morso vampiresco, la febbre cerebrale. La mia tortura de li zio sa.”

 

 

 

E così crebbe il sole. Si ridestò da poche ore di sonno con quel messaggio in testa. Aveva scritto che era la sua piaga, la febbre, la tortura. E aveva scandito bene la parola DELIZIOSA. Non le sembrava vero. Si alzò di scatto, pronta per affrontare una giornata con il suo professore in sede d’esame. Non le importava non aver studiato bene, non le importava le gambe gonfie che avrebbe trovato la mattina dopo a causa delle troppe birre che avrebbe bevuto. Voleva solo leggere ancora, sfamarsi di quel cibo così succulento. Ancora, si interrogava sul perché di quelle parole. Ylenia era presente, ma AtrocitA non fece altro che ricacciare quell’esserino insignificante nella tana. Le avrebbe creato troppi guai, se solo avesse pensato ancora.

 

°°°°VAMPIRI PER L’ETERNITA’?°°°° – parte 1

Posted in Senza categoria on 30 ottobre 2010 by AtrocitA Hyde

“…ma il tuo alter ego, che tipo è?”

 

“E’ un tipo stravagante.”

 

“Notturno, immagino. E poi? Poetico? Malinconico?.. Solo?”

 

“Notturno, per quanto possa sembrare scontato. È un tipo interessante, che ama camminare sul filo del rasoio, che adora la pioggia e l’oscuro, che ama e a volte odia se stesso.”

 

“E la scissione di queste due perturbanti metà è perfetta? Nel senso un giorno potrei incontrare solo Ylenia, e una volta solo l’alter ego?”

 

“E’ una domanda che mi pongo spesso. Probabilmente non esiste Ylenia senza AtrocitA.”

 

“Di ad AtrocitA che esiste un ragno disperato che le intona una serenata. Dille che non la temo, non la giudico, non la disprezzo. Solo, sul davanzale l’aspetto.”

 

“C’è solo un problema. E’ aracnofobica…”

 

“Meglio. La paura dovrebbe piacerle. E un ragno spaventarla meno di un grigio e becero passante umano di tutti i giorni.”

 

 

 

E così iniziò un gioco, una ricerca.

 

 

“Quella stanza era un piccolo rifugio di lenzuola bianche. Nel buio lei vedeva a malapena, poteva udire soltanto il tremare freddo del temporale all’esterno. La colse appena un gemito quando sentì nel buio uno stridere di denti e qualcosa di atroce come un ago le penetrò la candida pelle. “Sta ferma” le disse una voce roca. Ma lei sorrise, di muoversi non ne aveva l’intenzione.”

 

“Si lasciò andare, quel corpo freddo e morto le sembrava pieno di vita. O stava solo sognando? Non le importava… era un’esplosione di piacere quel pizzicorio, quelle mani che le cingevano il fianco e le sorreggevano la nuca, quella mano impastata e nascosta nei rossi capelli di lei. Come le piaceva che qualcuno si preoccupava così di lei, del suo piacere!”

 

“Le sembrò di non sentirsi così al sicuro da tempo. Ed era padrona di sé, senza paura, libera. Quella creatura non la giudicava, era anzi la causa di un primo vero piacere. Sentì il calore del respiro di lui sul suo collo, gocce di sangue caldo caddero dalla bocca di lui, colando sulla spalla di lei. Carezze macabre di inchiostro porpora. “Sto perdendo la testa” ansimò, eccitata.”

 

“E così fu. Perse letteralmente la testa. Si dimenticò delle sue delusioni, dei capelli arruffati, dell’uomo che l’aveva tradita, del bucato non steso e della situazione in cui era. Era a letto con un morto. Che però la faceva sentire di nuovo viva. Quelle strette così fredde e leggere che le dava lui le ricordavano il suo esser donna. Quelle carezze, quel dolore misto a piacere. Si chiese però perché non riuscisse a ricambiare questa forte onda che travolgeva lei e il suo sesso. Non aveva idea di cosa sarebbe accaduto, nemmeno di cosa avrebbe detto fatto dopo. Si stava ubriacando di piacere, e lui era il suo alcolico.”

 

“Lui esplorava quel corpo caldo con movimenti delicati, ma ricchi di fame. Quel corpo era per lui la fonte di un mondo nuovo. Le carezzò i capelli, i contorni del viso, e si scoprì commosso nel rivedersi in quegli occhi, due specchi di acqua limpidi che pregavano il dolore di prosciugarsi via. La bramava. Ma lui si chiese se una donna così bella e legata così tanto ai doveri mortali, avrebbe mai amato e seguito ciò che di folle e rivoluzionario e intensamente eterno lui rappresentava.”

 

“Il dubbio sfiorò lui così come toccò lei. Quasi fosse telepatia. E per calmare quel gelido animo irrequieto, lei provò a destarsi da quel paradiso in cui era entrata e cercò la sua bocca. Labbra carnose e bagnate toccarono le sue, un po’ più sottili. E istintivamente le leccò, leccò via da quella bocca una parte di lei, si assaggiò come non aveva mai fatto prima. Non capiva come potesse piacergli così tanto al punto di averla così come non l’aveva avuta nessuno. Pose le mani candide e dalle unghie curate sul volto di lui, tirato, teso, e lo baciò con passione.”

 

“Lei lo aveva capito. Non era mai successo. Il suo cuore era ancora immobile o gridava per esplodergli nel petto? Chiusero gli occhi. Lo scambio magico di sangue e saliva li portò ad avere una visione, viva. Erano in un vicolo, Vienna forse, musica di violini tzigani. E loro, ombre diafane, camminavano, finalmente invisibili a tutti. Si ridestarono. Lui sperò che lei capisse ciò che lui rappresentava. Ancora emozionato, scese a leccare il suo ombelico, e poi, più giù.”

 

“Lei non capiva. Le venne in mente e pronunciò con un filo di voce “Sogno o son desta?”. Ma lui la sentì, si fermò colo un istante per guardarla negli occhi che perfino al buio rilucevano di passione. Un mezzo sorriso, e tornò a concentrarsi sul corpo di lei, che improvvisamente si sentì una stupida, come una bambina che vedeva la neve per la prima volta. Ma lui sapeva muoversi bene, sapeva dove e cosa toccare per riportarla alla realtà. Lembi di lenzuola tenuti stretti fra le mani di lei, macchiati di sangue che ancora, goccia dopo goccia, uscivano da quella piccola ferita che le aveva però procurato tanto piacere. La candida camicia da notte era ormai persa nel grande letto.”

 

“Lui sapeva di non aver mai visto neppure in vita un corpo dalle forme tanto belle, due occhi simili, una simile pelle. Doveva regalare a quel corpo un piacere estremo, così carezzò con la sua lingua il sesso di lei, lo succhiò delicatamente con le labbra, ne assaggiò e bevve l’interno, carezzando l’esterno con le dita. Se lei fosse diventata la sua dama di morte, avrebbe reso ogni notte lunghissima per stare sdraiato in quel letto e vedere lei divincolarsi su di lui gemendo di piacere.”

 

“Sperava che potesse durare all’infinito, ma sapeva che non sarebbe stato così. L’alba sarebbe giunta, e lui sarebbe andato, lasciandola come è sempre stata lasciata. Da sola, in un letto, a ricucire le sue ferite. Qualcosa le impediva di vivere questo momento con tutta l’intensità possibile. Lui lo percepì, forse, perché improvvisamente allungò le mani verso i fianchi di lei, la testa ancora china fra le gambe bianche. La tenne stretta, òe carezzò l’ombelico, i palmi delle mani, le braccia. Non escluse i seni, così morbidi da aver paura di spezzarli. Aveva capito la paura che angosciava quella giovane donna e cercò di placare il suo tormento, ricordandole che non era li solo per del mero sesso. Lui non era un misero umano. Lui era diverso… alzò il volto da quel sesso umido e caldo che lo aveva invitato come fosse il diavolo tentatore, si portò su di lei, senza comprimerle il petto e la baciò. La baciò con amore misto a desiderio. Voleva che sapesse che sarebbe stata sua, ora e per sempre, se solo avesse voluto.”

 

“ “Non me ne andrò con le prime luci del sole. Non è solo desiderio del corpo, è un desiderio di appartenerci, insieme, protetta da me in un mondo migliore di questo. Se tu lo vorrai, io rimarrò accanto a te. Non ho mai passato una notte con simili scambi di tenerezza e carnale passione. Non sparirò, e tu vivrai ciò che ti offro, se lo vorrai…”disse lui”.

 

“Le sembrò come un fulmine che si improvvisa danzatore in un cielo terso. Non avevano senso quelle parole per lei, non in quel momento, non durante quel bacio che la ridestò da dubbi e incertezze. Poi colse il senso di quelle parole, così stranamente calde da sembrare impossibili. Ma tutto sembrava impossibile, tutto lo era. O forse no? E si improvvisò danzatrice come il fulmine, come quelle parole. Lo baciò ancora, gli baciò il collo, poi sentì il fruscio della seta della camicia di lui. Con la schiena che poggiava sui grandi cuscini coperti di stoffa  rosa, decise che avrebbe dovuto rispondere, ma non solo a parole. E continuò a baciare quelle labbra umide mentre, impacciata, cercava di farsi avanti fra i bottoni di perla. Sussurrava un labile si ripetuto come una nenia. Non ce la faceva più, sentiva il bisogno di esplodere, di liberarsi dai pensieri e ansie e paure. E tolta la camicia di lui, iniziò a spingerlo con le spalle sul letto.”

 

“Lui sentì il bisogno di lei, nessun povero mortale aveva mai avuto bisogno di lei come lui in quel momento. Voleva godere di quella bocca, di quei seni, di quel corpo. Voleva che isi, che lei ripeteva come incantata, fossero infiniti, che non arrivasse mai mattino, che i loro corpi si fondessero, eccitati, in uno solo.”

 

“Decise così di ripagare le attenzioni  e l’amore ricevuto con altro amore. Istintivamente poggiò le labbra sul petto di lui, e come fosse una serpe, strisciò la lingua su quel busto, scolpito si, ma non volgare. Le ricordava la bellezza delle statue di marmo greche. Gli leccò il collo, e ancora una volta, seguendo il suo istinto, affondò i denti nella fredda carne di lui. Ma non successe niente. Sentiva solo il bisogno di mordere.”

 

“Lui rise. “Lo sai che se hai voglia di mordermi, la mia carne è sempre qui per te, vero?”disse. La strinse, ma lei sembrava irrefrenabile…”

 

 

Si ridestò da quel magnifico incubo. Da quel sogno. Non sapeva nemmeno lei cosa fosse, ma era certa del brivido che le davano quelle parole.

 

 

*Sento di dovermi fermare qui. Trascriverei ancora la storia di una giovane donna dai capelli rossi e del suo improvviso amante. Il brivido, però, è arrivato anche a me.*

 

* Anche a me. Prometti che lo conserverai per quando ti incontrerò. Notte, mia compagna di questa nottata. Sai dove sono, se hai voglia di mordere.*

 

*Se lo conservo sarò costretta ad arrivare fino alla fine, come questa nostra fanciulla. Giovedì ho dimenticato l’esame. Domani saprò dirti a che ora. Lieta notte mio giovane amante di penna.*

 

 

Era oramai il 28 di settembre. Erano le 03.45 del mattino. Quel letto le sembrava troppo grande e lei si sentiva troppo sola. Non era abituata a quella mancanza. O meglio, se ne era fatta una ragione. Ed ora che lo aveva trovato, quel demone se ne era andato, fuggito di notte per tornare nel suo nido di fiamme. L’aveva lasciata da sola e lei non aveva posto obiezione. Sapeva dal primo scambio di pensieri che sarebbe finita, che si sarebbe trovata di nuovo da sola. Presa in giro come sempre. Ma era solo un’anima grigia, lei. Né carne né pesce, come le diceva la madre. Ma lei non ci voleva credere mai. Ora voleva godersi quei momenti di follia. L’amica l’aveva avvisata: sappi che riceverai una grossa mazzata.

 

Lo sapeva. Ma chiuse quel terribile presentimento in uno dei tanti cassetti del suo cuore di donna.

 

 

°°°°ANALFABETI IN CERCA D’AUTORE – LA VOGLIA DI UN PALETTO NEL CUORE°°°°

Posted in Senza categoria on 30 ottobre 2010 by AtrocitA Hyde

Pazzia, follia. Tutto insieme. Una scarica di adrenalina che corre nelle vene. E poi una lacrima. E un’altra.

“Forse dovrei adeguarmi alla normalità, devo essere normale”. Ma io non lo sono. Non sono normale. Non mi basta un bacio carino, un bravo ragazzo e una vita tranquilla. Carino, bravo, tranquilla…aggettivi sopravvalutati. Sempre e solo sopravvalutazione in questo mondo.

Corpi che si afferrano, si cercano. E un cuore che batte. Batte per fuggire, per scappare via. E poi l’estasi. Della cioccolata su un cucchiaino. E una voce che continua a ripete che la 46 è tutt’altro che grasso, carne ammuffita. È reale. È qualcosa che c’è. I libri fanno male a chi cerca conforto in loro. Fanno veramente troppo male. Così come fa male sapere che al mondo c’è ancora qualcuno che usa la parola, che sa scrivere. Che sa usare il proprio corpo come arma di seduzione cerebrale. Dio se sarò una donna! Capelli raccolti, un abito disegnato per me. Una donna va fatta impazzire. Va portata all’ingresso del manicomio per poi dire: da qui inizia la vita. Da qui godrai dei piaceri dell’Inferno.

 

E poi sarà lei a dover scegliere. Il peccato o l’abitudine, la lussuria o la quotidianità. Tutto in proporzione al suo ego.

 

Il libro è finito, è li che giace sul mio letto, come le mie lacrime. Un pacchetto di sigarette vuoto. Un cuore in frantumi e il sonno che non arriva. Troppi problemi. Antanasia di certo non avrebbe avuto di questi problemi. Lei doveva scegliere fra un contadino e un principe vampiro. AtrocitA…un nome che sta morendo sulle mie labbra. Mi aspettavo più forza, più determinazione. Invece è solo un mucchio di carne che ama, che spera, che cerca. E che poi sta male. Allora AtrocitA è come Ylenia? O forse si è sottomessa al volere di una casalinga perfetta? Un perfetto umano. Rinunciare alla parte oscura, agli occhi neri come la notte che passo sveglia. No… troppo difficile, troppa fatica rinunciare ad una parte di me. E così l’agitazione sale, continua a crescere. Un enorme buco nero. Pensavo di essere più forte. Solo delusioni! Ecco cosa vedono i miei occhi ora! Solo terra bruciata, continue delusioni. Mai avrei pensato di finire così in basso. Perdere me stessa, il mio controllo. Oppure è ancora qui, in cerca solo di una via d’uscita? Troppe domande, poche risposte. E così viaggio di notte, mi muovo furtivamente in questo crollo di me stessa. Potrei guidare un esercito se solo lo volessi. Eppure non sono in grado di guidare la mia vita, di piegarla al mio volere!! Un vampiro morto, ecco cosa sono! In un immenso limbo, tra inferno e paradiso, costantemente. Perché? Che qualcuno mi spieghi!

Non dormo più. Non mi nutro più. Ho solo voglia si sangue, di lasciarmi andare a questa dannazione. Per quale motivo?

 

Intono una preghiera che nessuno sembra ascoltare [trafiggetemi, uccidetemi, ve ne supplico!!]

 

E resto qui, a dannarmi l’anima per cose che avrei potuto vedere, che avrei potuto fare. Un uomo non è uomo solo quando ingravida una donna. Un uomo va ben oltre. E sono anni che vago cercando questa figura, quest’anima nera che mi consoli dei miei dolori, che scriva poesie sul mio corpo. Ma qui sono tutti analfabeti, tutti ciechi. E allora cosa mi resta? Mi restano i libri che fanno soffrire, perché costruiti per non dar pace a chi li legge. Fatti per cambiare la mente delle persone, per condurli al piacere, all’estasi. E poi? Poi morte certa. Così mentre scrivo le energie volano via come il fumo nella stanza. La voglia di lasciarmi tutto alle spalle, senza guardare nessuno, senza rivolgere una sola parola. E quei morsi tanto odiati, quella violenza mai accettata. Per dio! È la mia natura, non posso soffocarla. Giovani esseri son li, infila, alle porte della mia dimora. Ed io? Seduta su un letto, a guardarli, spiarli. Ognuno di loro ha una parte che mi completa. Ma nessuno di loro è in grado di farlo per intero. O forse si.

 

L’illusione. Giunti a questo punto è preferibile votarsi alla castità piuttosto che obbligare le persone a far ciò di cui non sono capaci, ciò

per cui non sono portati. Cosa mi resta dunque se non crollare e crogiolarmi tra le lacrime, ora!?

 

°°°°IS MY LIFE REALLY YOUR DEATH?°°°°

Posted in Senza categoria on 30 ottobre 2010 by AtrocitA Hyde

Un ago. Un tubo. E poi una grande sacca che si riempie goccia dopo goccia. È questa la fine? Occhi rossi, indecisione. Penso come se fossi ubriaca. Però quando bevo sono più lucida, allora no. Apatia. Non vedo più bene. E sento solo il suolo che scende.

 

Sono giorni che cammino e ci vedo sempre meno. Mi fa male il braccio, la sacca è ancora qui. Mi sento stanca, senza voglia alcuna. Si sentono così gli Umani quando stanno per morire? Siamo crudeli, allora.

 

Inciampo, qualcuno mi aiuta. Ma il braccio fa sempre male. L’ago sta uscendo ma nessuno lo mette dentro. Allora voglio morire… continuo a scendere, questi occhi che non aiutano eppure non c’è luce. Solo nebbia. Ma una nebbia sconosciuta, sa di polvere e di amarezza. Lontani ricordi. Scappa un sorriso. E scende una lacrima.

 

Sono vestita di stracci quasi, ma resto bella, nella mia povertà d’animo. Animo crudele il mio. Goccia dopo goccia scende la mia vita. Cala come l’acqua da una roccia, limpido rosso purpureo. La discesa è ancora lunga, ma sento che manca poco.

 

Sono serena. La discesa è finita. Ho perso tutti i vestiti ma il mio volto è sereno. Forse ora è finito tutto. Mi inginocchio nella nebbia, la vista quasi torna e solo allora mi rendo conto di un laccio al dito, una cordicella lunga. Ora striscio. Mi resta poco. E un attimo prima di morire mi accorgo di aver ucciso un uomo.

 

°°°°BUFFI INCONTRI°°°°

Posted in Senza categoria on 30 ottobre 2010 by AtrocitA Hyde

Partiamo dal presupposto che non mi interessa ciò che scrivo e come lo scrivo. Ho solo il bisogno di farlo. Domani mattina, con più calma, leggerò il tutto. Per una sera mi sono lasciata andare quasi serenamente sapendo di non commettere “adulterio”, di non dare preoccupazioni. E così una mimosa qui, un’altra cosa di la e via. E così ho offerto da bere. Alla fine mi è stato detto che ho circa un mese da godermi prima di cadere in depressione post storia. Sono cose che non ricordo, troppo tempo è passato. Abbiamo comprato degli stupidi cerchietti con dei piselli sopra. Volevo solo dimenticare tra le risate la giornata di oggi, volevo tornare una bambina idiota che ride e scherza con altre ragazze. L’ho fatto. È andato tutto bene. C’era la battuta col cameriere, quella col tipo che ha continuato a far foto. Anche delle ragazze, buffo. Per 4 ragazze (o forse 3?) i ragazzi o ex sono sembrati totalmente uguali. Così bambini, così cattivelli e bonaccioni. Stessi sbagli stesse cose per tutto. E ti chiedono sempre se hai l’amante. La cosa mi riconsola. Non sono l’unica matta. Andava tutto bene solo che 4 ragazzi in motorino hanno commentato come tutti, ma girato l’angolo erano li, fermi. Volevano sapere, vedere. E andando via hanno giustamente detto zoccola. A beh…a me è scappato detto tua mamma, ma non credo mi abbiano sentito. Però rifletto. Da mezza brilla rifletto. Sono questi i soggetti che aggiungono punti nella categoria degli uomini idioti. Forse ancora 16enni. E io che prendo tutto come uno scherzo. Poi però ti rendi conto che c’è veramente qualcuno che dovrebbe imparare cosa significano certe parole e un po’ le “buone maniere”. Forse no, nemmeno le buone maniere. A vivere e lasciar vivere.

 

Ero alle medie. Per aver rifiutati l’invito ad uscire con un tipo che non conoscevo mi sono sentita dire fica spampanata. Così risposi cazzo moscio. Se questi sono i ragazzi…allora non c’è da chiedersi perché le ragazze passano in farmacia a comprare “O” della Durex.

 

°°°°UOMINI°°°°

Posted in Senza categoria on 30 ottobre 2010 by AtrocitA Hyde

Impara che tanto, qualsiasi messaggio tu gli mandi [cellullare carta da lettere, piccione viaggiatore, facebook] non saranno mai in grado di capire niente di quello che gli dici. E quando pensi “allora glielo vado a dire in faccia” ci provi, raccogli tutte le speranze che hai perché ti dici “non può essere così stupido”. Così… gli parli, lui ti guarda, e tu parli per circa 30 minuti. Poi lo guardi e gli dici “hai capito?” e lui farà solo un commento del tipo “mmh” oppure “ah..” o ancora “eh!” e nel frattempo starà già pensando a quale calciatore usare a fifa o alla cameriera dal culo tondo del bar.

°°°°CANTA IL GALLO°°°°

Posted in Senza categoria on 30 ottobre 2010 by AtrocitA Hyde

Morano Madonnuccia. Ci sta tutto. Le madonne che tiro ogni 5 minuti!! Una vacanza relax: tu, sola, un libro, una penna e un blocco. E magari una macchina fotografica. Chiedo troppo? Credo di no. Eppure… c’è sempre qualcosa che non va. Due persone incompatibili. Una che parla per 24 ore di fila e uno che tace e fa solo danno. La cosa in comune? Il continuo bisogno di conferme. E quando andiamo? E prendi quello. E prendi questo. E perché non ti hanno messo quello. E attenta al brecciolino. E chiudi l’acqua, e l’amica mia, e le sigarette. E perché esci da sola, e portati Simone. E perché ci sono le foglie, e perché partiamo di lunedì. Così… da quando sono arrivata. Sono al culmine.

 

Eppure siamo quasi alla fine. Ma sono al culmine già dal 23. Buffo vero? Una vacanza relax per studiare. E tutte le volte continuo a portarli dietro. Mi fanno pena, credo. Lui che vuole stare con me e io che dopo due giorni do di matto. Lei che vuole venire su pensando di non dar fastidio e poi invece parla parla parla a qualsiasi ora. Anche quando studi. Alla fine di 3 libri da studiare non ne ho fatto nemmeno 1. Il tavolo sempre pieno di fogli, computer e aggeggi vari. E ancora adesso, che mi ha chiesto 3 volte se ho preso il vetril, lo scottex ed altro, continua a parlare. Simone legge il giornale, io provo a scrivere. E la tv che chiacchiera di una causa. E mia nonna che parla di questa causa. E se la prende con la lesbica di turno, con quelli del gas che devono venire in pomeriggio, con quella cretina che ha lasciato aperta la caldaia per 4 mesi quando avrebbe dovuto chiuderla appena uscita io. E lei che non si può muovere. Ma continua a parlare, a pulire. E non a capito ancora, dopo una vita che passiamo qualche giorno insieme, che odio la gente che fa avanti e indietro con stracci scope e scopette. E chiudi l’acqua, e perché non l’hanno messa così. E perché Sergio non viene, e perché c’è il rospo, e perché Orietta non ha pulito. Così… tutti i giorni. Come dice mia madre, “se lo sai che sono così, che te li porti a fare?”. È vero. Che me li porto a fare. Io dico vado e uno si autoinvita e l’altra mi dice quando ci vai vengo anche io. E allora che fai? Rinunci alla vacanza relax o te li porti? Te li porti, anche perché sennò sembra brutto che non vuoi il ragazzo e la nonna. Ma se non li voglio molto spesso c’è un motivo. E non si tratta di ciclo o menopausa che arriva. Già prima di partire ho passato una sera a discutere di valige e borse. Porco giuda, dico che non entrano le cose in macchina e lui si porta una valigetta quando il mio portabagagli. Mettevo la sua, poggiavo il suo pc e la borsa mia e di nonna restava fuori. E poi la spesa, e l’acqua. E si chiedono perché la mattina esco per farmi 40 km, spendere benzina e altro solo per comprare pane e giornali. Chissà… in più il mio prof è qui, in zona. Ma se scappo da lui pare brutto lasciarli soli per pranzo o mezza giornata.

 

Canta il gallo. E la mia pazienza ha varcato la soglia. Con una nonna che a partire dalle 7 non smette di parlare un attimo e un ragazzo-bambino che ogni sera proclama la sua stanchezza come fanno le mogli nelle barzellette, non “mi resta che piangere”. Continui incubi interrompono il mio sonno, già troppo breve di suo, per farmi godere un po’ di pace immaginandomi sulla collina, mentre sorge l’alba. Un caffè, una doccia e si scappa in paese . 40 km pur di stare da sola. Non faccio altro che leggere il Vergati, applicare formule e fare sudoku quando trovo un po’ di silenzio. Che amarezza questa vita!

 

C’è chi si lagna della mia solitudine. Quando sono sola sono prigioniera (piacevolmente) del caos fuori le mura. Quando sono in compagnia, soprattutto di questo genere, sono liberamente schiava di questo sistema organizzativo fatto di ansie, di parole, troppe. E allora che sia dannata la vita di gruppo!!