°°°° POSSO ESSERE IO °°°°

È da un po’ che non scrivo qualcosa di sensato su questa carta elettronica. Ora però ho l’ispirazione, la musica giusta e voglia di farlo, i negramaro come sottofondo, canzoni pulite, voce piacevole da ascoltare, qualcosa di piacevole, che mi apre il cuore e mi chiude gli occhi. Gli occhi persi in quelli di Simone, gli stessi dei quali si è innamorato quasi 6 mesi fa, poco più poco meno. Ultimamente mi è capitato di ricevere delle mail in cui un ragazzo criticava malevolmente il mio modo di esprimermi, troppo banale, troppo scontato, troppe frasi brevi, insignificanti. Così ho provato a migliorare. Ma se non scrivo così non sono io, mi sento quasi costretta. Da diverso tempo sento parlare di una grande scrittrice contemporanea giapponese, Banana Yoshimoto. Ho acquistato un suo libro, H/H, poche pagine, molto significative per l’autrice alla quale è caro il tema della morte. E anche in lei, grande scrittrice di temi non distanti da noi, ho riscontrato il mio modo di scrivere. Poche parole. Molti punti.

 

Sono due giorni circa che qualcuno commenta pesantemente – e con un po’ di invidia – alcune delle foto scattate con Simone al mare, i primi di luglio. Sono stati due giorni di intense emozioni. Distanti e vicini allo stesso tempo. Eppure queste immagini, queste espressioni artistiche dell’amore non sono andate giù a chi, forse, è ancora chiuso in se stesso, tra una canna e l’altra, magari che vive rinchiuso in un pessimo quartiere. A Roma ce ne sono tanti, anche se è una delle poche città più splendide del mondo. La più importante per me, nata nella Magna Urbe e dalla quale, nonostante l’invasione di massa, non andrà mai via. Ieri notte ho ceduto alle cattiverie di questo sconosciuto. Sono crollata in una crisi di pianto, un po’ per la paura, un po’ per la mancanza di Simone, sul quale questa persona si è accanita violentemente, denigrandolo, dandogli dello stupido, del poco di buono. Continuando a leggere mi sono soffermata su alcune delle mie foto, buffe direi, perché per me il brutto non esiste. E il commento più cattivo e anche, oserei dire, più infantile, si riferiva alla mia forma fisica, a quelle che in fisica si chiamano masse, e che qui, ora come ora, vengono chiamate rotondità, ciccia, maniglie dell’amore, rotoli. Ma mai come in questo caso. Mi sono sentita umiliata, uno schifo. Ed ero ad un passo dal raggiungere un po’ di autostima, quanto basta per sorridere la mattina. Via, fiumi di lacrime, a letto e in silenzio. Poi però, questa mattina, è successo qualcosa di bello, che non mi sarei aspettata da una persona come me. Mi sono svegliata, come al solito ho controllato il cellulare, saluto la domestica e poco dopo mi metto sotto la doccia. Per eliminare i brutti pensieri, per cercare di stare meglio. Poi, però, mi sono guardata allo specchio. Nuda. E sono scoppiata a ridere. In una risata quasi isterica, lo ammetto, ma ridevo. Forse ho peccato di presunzione, e un po’ me ne vergogno. Ma l’idea di assomigliare ad una dea dell’olimpo non me la toglie nessuno. Come la Venere di Tiziano, la Venere di Giorgione. Donne in carne, capaci di attrarre e sedurre uomini di tutti i tipi. Come loro attraggo, come loro non sono bellissima. E oggi, dopo la doccia liberatoria, ho ripreso in mano un po’ di coraggio, ricordando il buon senso, ho indossato un vestito di jeans che non mettevo da secoli se non di inverno, con le calze pesanti e la maglia a manica lunga. La scarpa più alta del solito, un filo di trucco, capello sciolto e via. Sono uscita con il sorriso stampato sulle labbra, come Bell nel film “La bella e la bestia”. Sembra quasi avessi riscoperto una ragazza che avevo dimenticato. Quella solare, a volte, quella che nasconde tutto e lascia intravedere poco di se. Sembrava che avessi riscoperto tutti gli odori della strada, dall’asfalto caldo della strada al sampietrino bagnato, dall’odore della stoffa vecchia del tappezziere sotto casa a quello dei mobili invecchiati di “Anticaja e Petrella”, dall’odore dei giornali, all’odore del ristorante che cucina cipolle, all’odore dell’anguria fresca, appena tagliata, così zuccherosa, una via per tornare bambina, quando in spiaggia, ad Ostia, tutti i piccoli mangiavano un po’ del cuore del cocomero, e poi correvano a sciacquarsi il viso, tutto appiccicoso. Sembrava tutto meraviglioso, tutto limpido e pulito. Anche il caldo sembrava essere meno torrido, e la discussione con Simone del giorno prima sembrava esser svanita nel nulla, dileguata, come le piogge estive, via in un lampo. Poche gocce per riavere il cielo limpido e l’odore di erba bagnata che sale nel naso.

 

Ora sono a casa, davanti ad un monitor che illumina la stanza buia e fresca…

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