°°°°3 SCIMMIETTE – 1°°°°

Posted in Senza categoria on 7 maggio 2011 by AtrocitA Hyde

“Residui di persone che appaiono ma non esistono” [cit. Il Grigio, Gaber]

Oppure persone che esistono ma non appaiono? Continuo a chiedermi perché mi sento sola in mezzo a tante persone. Eppure ci sono tanti corpi che occupano uno spazio.

E di nuovo quella sensazione famigliare di vuoto, di nero. Ancora una volta da sola, ancora una volta a sorreggere gli altri. Ma chi regge la colonna portante?

In fondo, però, se è portante, niente e nessuno deve sorreggerla. Ed ecco la solitudine. Niente di nuovo, nemmeno strano, anzi. Mi sento bene nel mio male. Tutto così superficiale, scontato. E tutti con la paura di dare qualcosa. Compresa me. Confesso che darei l’anima, ammesso che ci sia, se ci fosse una sola persona che per me farebbe lo stesso. “Devi iniziare a fidarti”, mi hanno detto. “Se non ti fidi io che posso farci?”.

Ma non è facile fidarsi. E’ impossibile. Perché gli esseri umani sono dinamici, cambiano di continuo. Chi si evolve, chi resta fermo e chi torna bambino. E non ci si può fidare di qualcosa che non si smette mai di conoscere.

Sentirsi abbandonati, la paura di restare da soli. Come può essere che un’anima dannata abbia paura dell’inferno?

Comunque vadano le cose, non sento. Ferma, immobile, attendo la scintilla. Ma la fiammella dura poco, quanto la luce che entra nella tomba senza vie di fuga. E cerchi di fare tutto, cerchi di rincorrerla, la preghi di restare. Pregare, poi…

Questa fugge via, fatta per far soffrire o per dare una speranza? La speranza di rivedere quella fiammella aggirarsi nelle mie vene, nel mio corpo.

E torna il freddo. Almeno questo, lo conosco. Di lui mi fido. Così come del mio buio. Ho creduto di poter vivere in mezzo agli altri e con gli altri, ma ci sono ostacoli maggiori.

E quegli ostacoli sono proprio gli altri.

Reduci dalle loro vite passate a rincorrere un pensiero egoista, gli altri sono li, che mi passano accanto. Chi mi spinge, chi mi sposta, chi parla con quello dietro di me. Ma io, in tutto questo, resto invisibile.

C’è chi professa l’autenticità, ci ti chiede di essere chi sei, ci invece di te non ha capito nulla e si vende per un veggente. C’è chi invece di te qualcosa ha capito, eppure fugge, fa finta di nulla.

Come se gli altri non potessero sopportare il mio dolore, come se gli altri fossero bravi solo a dare qualcosa quando decidono loro. Non sanno aiutare chi grida dal cuore, perché forse l’unica cosa che sentono è una voce. L’unica cosa che vedono è un involucro di carne e tessuto.

Ma dietro… qualcuno si è mai chiesto cosa c’è dietro? Qualcuno che abbia mai capito veramente cosa c’è nell’involucro? No… nessuno si è mai posto il problema di verificare se la colonna ha delle fratture, se si può aggiustare, se magari si può mettere una toppa per evitare che si spacchi di nuovo.

In conclusione, posso dire che la colpa è della colonna. Sceglie sempre gli aiutanti sbagliati. Magra consolazione, però.

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°°°°HEARTKILLER°°°°

Posted in Senza categoria on 7 aprile 2011 by AtrocitA Hyde

Perché se uno sta bene ti ama in un modo, e se uno sta male ti ama in un altro? [cit. S. Ceccarelli]

Comincio di nuovo con questa frase. Il motivo delle separazioni sembra essere sempre questo. Gira tutto intorno a questo.

Il modo di amare, come si ama, per noi, sembra fondamentale. Una generazione di esseri maschili mezzi uomini e mezzi bambini dilaga e distrugge rapporti. Presuppongo di qualsiasi genere, ma per ora sembrano quelli d’amore a soffrire di più.

Vediamo di fare chiarezza, perché come sempre da un periodo a questa parte, mi sento confusa.

 

 

Amare è donare tutto se stesso senza nulla chiedere; amare non è dire mai << mi devi>> [cit. A.de saint-exupéry]

Magari è effettivamente così, magari amare non significa dire cosa si deve e cosa no. Magari amare significa donarsi all’altro, con la consapevolezza che l’altro, però, qualcosa avrà. Così come dovremmo averla noi. È un dare e avere che però comporta, come un contratto sottinteso ed implicito, un devi e un devo.

Ma noi non siamo santi. E nemmeno scrittori di buoni propositi, di morali giuste e di favole per bambini. Siamo esseri umani fatti di carne, incertezze e sempre più voglia di sicurezza.

Questa regola del “non dire devi” sembra rappresentare i primi mesi di una nuova storia, di un qualcosa che non si conosce e che ci regala emozioni magnifiche. Ma inevitabilmente tutto questo decade e una volta raggiunto l’ultimo stadio, raramente se ne esce. Sembra una cosa stupida, banale e infantile, ma stando a ciò che succede, posso dirvi che non è così.

 

Caso vuole che tempo fa una coppia di amici finisce per lasciarsi. Caso vuole che sia lei a stancarsi di questa relazione che non ha più senso. Lui non fa, lui non dice, lui non crede e lui non capisce. Queste le parole della  ragazza. Parole che suonano dittatorie o capricciose. Altra ragazza, altra storia. Praticamente identica: lui non capisce, lui non mi capisce, lui non pensa mai a questo. E anch’essa, come sopra, si stanca e lascia tutto. Un’altra ragazza: lui non vuole questo, lui però fa questo, lui non dice niente, lui non capisce. E anche lei molla la zavorra che pesa. E poi ce n’è un’altra che proprio si è stancata della stupidità del ragazzo; un’altra che continua a dargli molteplici possibilità per evolversi. E questo niente, è li che dorme, si rigira nel letto, si alza dice “si mamma ho capito” e poi si rimette a dormire. Fino a quando non suona la sveglia, l’ultima campana. E il ragazzo mette finalmente i piedi per terra. Poi la mamma non lo chiama più e allora si rimette a letto. E poi ancora un’altra. Con lo stesso modus operandi: ho capito, mamma ha detto no, si ma io non posso, si ma tu esageri, si ma tu pretendi. Si ma tanto tu sei mia.

E boom. Scoppia la bomba. Anzi, le bombe. Relazioni di 3, 4 e 5 anni che crollano come i palazzi di Gheddafi sotto le urla e gli assalti di un popolo in crisi, di un popolo che si ribella. Sembra di rivivere il 1789, una lotta per dei diritti di persone che non vivono bene, che stanno male. E queste persone, così come le ragazze, sono giunte alla conclusione che sono stati inutili i 60.000 cahier de doléances inviati al re. Qualcuno si è accorto che serve qualcosa di più forte, di diretto. Come la presa della Bastiglia o una frase: è finita.

 

Ed ecco che questi reucci si sentono con le spalle al muro, colpiti quando pensavano di essere al sicuro. Ed ecco che corrono al riparo e cercano rimedi. Frasi di convenienza, come te lo prometto, io cambierò; non è come credi è solo che in questo momento sono stressato; mi hai dato poco tempo, non posso dimostrarti quanto ti amo; tu pretendi troppo; tu non hai capito un sacco di cose di me. E via discorrendo, è inutile scriverci una pagina di word su queste frasi. Tanto le sapete a memoria.

E dopo tre, forse quattro volte che facciamo tira e molla, alla quinta dicono: caspita! Forse la sto perdendo.

Benvenuti nel fantastico mondo di Amelie! E allora tu, ragazza di 20anni fischietti, levi i rolli e la cuffietta da brava mamma (o moglie, nei casi migliori) e finisci per indossare i panni di una ballerina di burlesque. E ti senti in parte soddisfatta, ma comunque non ti basta. Dimostri al reuccio di cosa sei capace, che non è vero che sei sua, ma semplicemente che non diventi di altri (o di te stessa) solo se dimostra di essere grande. Di saperti fare sua con piccole cose che ti lasciano a bocca aperta e ti fanno pensare a quanto è dolce e quanto ti ama.

E così gli facciamo una lista della spesa, in cui segniamo un po’ tutti gli stessi ingredienti:

–          maturità;

–          dolcezza (ma non troppo, potrebbe guastare la torta);

–          autonomia dai genitori q.b;

–          autonomia economica dai 5 euro settimanali dei genitori q.b;

–          autogestione in momenti di crisi;

–          forza;

–          un pizzico di gelosia;

–          cavalleria q.b;

–          spirito di iniziativa in abbondanza;

–          attenzioni (mai saltuarie);

–          coraggio in quantità (dire palle sembrava brutto);

–          humor in abbondanza;

–          capacità di comprensione, senza fare troppe domande;

–          un minimo di cultura (perché poter parlare di tutto con lui è essenziale);

–          sincerità.

 

E la lista non è completa del tutto, manca qualcosa, che però rientra nelle caratteristiche fisiche che poco ci importano ora. La cosa che più mi stupisce è che tra tutte le ragazze, queste sono le opzioni che sembrano esser state inserite nella lista delle “cose importanti” senza le quali non si può costruire una relazione. E volendo nemmeno una-botta-e-via, perché nel migliore dei casi ci aspettiamo sempre una chiamata il giorno dopo.

 

Siamo nate con questa idea di uomo o ci è stata tramandata dai geni? L’abbiamo appresa guardando i nostri papà, oppure abbiamo deciso che vogliamo questo genere di caratteristiche a causa di esperienze precedenti? Se è vero che nessuna donna ama colui che la tratta molto male, che non c’è, che non la considera e non la riconosce come tale, perché ci ostiniamo a ricercare – e stare – con persone che non rispecchiano i nostri ideali? Perché accettiamo compromessi con persone che non ci rendono effettivamente felici?

 

Noi ragazze abbiamo un fattore che più di tutti ci unisce: l’età. Abbiamo tutte un’età compresa tra i 19 e i 23, e i ragazzi, come dire, hanno la nostra stessa età. Il più grande sembra avere 24 anni.

 

Abbiamo voglia di compagnia giovane ma adulta, abbiamo voglia di sentirci bene e riparate da insidiosi acari, senza percepirci sempre come pesci fuori d’acqua. E vogliamo essere protette da qualcosa, vogliamo sentirci amate, vogliamo essere viste e sentite. Le amiche non ci bastano, vogliamo un uomo. Ma ad un ragazzo non possiamo chiedere di essere uomo, di crescere così, di punto in bianco. E allora gli mandiamo dei segnali, li mettiamo alle strette, li riempiamo di attenzioni per fargli vedere quant’è bello. E loro stanno li, prendono e danno una volta al mese.

 

E cosa succede quando gli assassini dell’amore vengono messi con le spalle al muro? Assumono l’espressione di un cane bastonato, si accucciano e, psicologicamente parlando, assumono la posizione di remissione passiva, ovvero: ti faccio credere di aver capito, ma in realtà come posso torno a fare ciò che voglio.

 

Non è stupidità, almeno non credo.

 

È solo, forse, voglia di non sporcarsi le mani, di non lavorare per stare bene. Di non guadagnarsi il pane quotidiano dell’amore e dell’affetto, della stima e della reciproca fedeltà. In fondo, la loro mamma li amerà sempre e comunque.

 

I ragazzi di oggi si vergognano, sono timidi, non hanno stima di se stessi (o ne hanno troppa). Si ritrovano figli di una madre biologica e figli di una madre che li ama e che fa l’amore con loro. Un discorso un po’ ambiguo, non vi pare? Sembrerebbe che non ci sia nessuna via di uscita da questa storia. Colpa delle ragazze che pretendono, che chiedono e che vogliono un uomo. Colpa dei ragazzi che non pretendono, che non chiedono e non vogliono nulla. Amebe, insomma. Esseri così semplici da mandarci in paranoia. Da farci pensare – cosa grave a mio avviso – che se preferisce, 8 volte su 10, andare a dormire, la colpa è nostra, dei nostri peli o dei nostri pigiami. Noi, dal canto nostro, vogliamo nero chiediamo bianco e pensiamo grigio. Decisamente fuorviante la nostra mente.

Ma perché tutto questo? Bisognerebbe andare a ritroso nel tempo. Dal niente al troppo, dal tutto al niente. Così tremendamente estremisti. Da genitrici e corpi con il solo scopo riproduttivo siamo arrivate ad essere delle Wonder Woman e questi figli a cui facciamo da seconde mamme sono un casino. La loro mamma non è una Wonder Woman, ma ancora una donna che risente, forse, delle pressioni genitoriali e della voglia di cambiare strada per ribellione o per bisogno. Sono donne che molto spesso chiudono un occhio o due sulle scappatelle del marito magari o sulle “anomalie” del figlio. E non perché siano cieche. Ma forse perché il figlio è come il padre. E loro ci sono abituate.

 

Poi arriviamo noi, principesse di un papà che, da figlie femmine, ci ha sempre coccolate e viziate. E beh, perdonatemi se cerchiamo chi faccia lo stesso fuori dal lettone! Così come al nostro papà, anche al ragazzo perdoniamo tutto, facciamo le offese ma poi, quando si avvicina, non possiamo non sorridere. Stando a ciò che accade quotidianamente, cerchiamo dei genitori del sesso opposto, insomma.

 

E non è bello. Per niente.

 

Come se le parole non ci bastassero. E il ragazzo è fatto molto più di parole che di fatti. A scopare sono tutti bravi (quanto meno all’idea…) ma poi sono incapaci a portare un fiore che la ragazza gli ha regalato per farsi perdonare, sono incapaci a cercare una soluzione al problema o solo a pensare alla soluzione. Vogliono essere guidati. Proprio come i cani. Chiedono pietosamente una guida che li aiuti e li indirizzi verso l’uscita. Le ragazze di oggi, insomma, sono dei tomtom di prima scelta. Ragazzi che non sanno prendere decisioni perché forse il padre non l’ha mai fatto. E magari si chiedono: perché se non ho il seno devo pensarci io a queste cose?

È una cosa bruttissima da dire, così come la parte sul sesso. Ma ahimè, è veritiera.

Non per tutta la popolazione maschile, sia inteso. Ma ogni volta che si cerca la loro collaborazione la risposta è la stessa: pensaci te. No no, mi fido, fai te e poi mi dici.

 

E quando siamo noi a dire “tesoro, pensaci tu”? Cosa succede?

Il panico.

Cene saltate, viaggi saltati, biglietti sbagliati e abiti indossati che stonano perfino con l’arredamento del salone della nonna. Oppure – e questo è un classico – “scusa patatina mia, però se tu mi dici che non ti piacciono le rose e preferisci i tulipani, io le rose non te le porto!” e tu, con gli occhi sgranati “si ciccino caro (che assume il tono stizzito), ho detto che amo i tulipani e odio e rose, ma cazzo! Fra tulipani e rose ci passa un campo di fiori incredibilmente vasto!”

Avete appena assistito all’esasperazione di una ragazza che tenta di spiegare che anche se non ci sono i tulipani, le piacciono anche altri fiori e non si schifa se ne trova un piccolo mazzetto fra le mani del giovane lui.

Ma questo, ovviamente, è troppo difficile da comprendere per i ragazzi.

C’è un continuo far estremamente fede alle parole, senza contare che il significato cambia da tono a tono, da persona a persona e via dicendo. Per l’appunto, sono come i cani. Bisogna essere dirette.

Prendi la macchina (senza esitazione ed estremamente convinte) e lui prenderà la macchina. Gli risolviamo il problema di pensare cosa fare per organizzare la serata. Dando un ordine gli abbiamo risolto il problema di pensare.

L’effetto collaterale di questo essere dirette, però, è sempre nei paraggi. Arrivati al punto in cui non gli verranno date direttive, lui comincerà a barcollare, perderà l’orientamento e alla parola autonomia lui risponderà con: io sono autonomo. È solo che non c’ho pensato.

Le varianti a questo sono:

–          io sono autonomo. Solo che non trovo lavoro.

–          io sono autonomo. Solo che mamma non vuole.

–          io sono autonomo. Solo che se ti vizio te le devo dare vinte

–          io sono autonomo. Ma tu non fai niente per stimolarmi.

Alla parola stimolazione riusciamo a ricacciare fuori 3 4 5 anni di storia con tutte le sue magagne e con tutti i pianti che ci siamo fatte per far capire ad un pupo che siamo donne, che ci riteniamo tali e che come tali vogliamo essere trattate. E proponiamo esempi che, alla fin fine, suonano un po’ come i racconti delle nonne e dei loro fidanzati amorevoli. Oppure partiamo con la narrazione di una storia degna di Harmony dalla copertina rosa.

 

Ed è sempre la stessa storia. Un cane (di nuovo) che si morde la coda. Danno per certo tutto. Perfino che torneremo innamorate come prima, che vedremo solo loro e vivremo per loro. E danno per certo, forse, che torneremo ad essere le loro seconde mamme.

Se però i ragazzi che ci ritroviamo hanno la fortuna di fare come vogliono è solo colpa nostra. E in buona parte dei loro pensieri che assomigliano alle prime analisi logiche: soggetto predicato complemento oggetto. È colpa nostra perché ci lasciamo soggiogare dalla nostra mancanza di affetto, di amore e ci attacchiamo disperatamente a loro.

E come sempre sono li che ascoltano, dicono si tesoro, e poi tornano sui loro passi.
Quando ci stacchiamo da loro per un nostro bisogno di vita (così lo definiamo), si sentono minacciati, spesso. E noi pensiamo di conquistare il mondo. Così fanno gli offesi, tristi e solitari. Malinconici maschietti che vegetano davanti al pc in attesa di un segno. Attendono sempre qualcosa.

Ma perché mancano così tanto di azione e autonomia? Può essere solo causa del nostro bisogno di affetto? Perché per i primi famosi 6 mesi si mostrano dei principi azzurri e poi diventano dei reucci? Quale passaggio ci siamo perse? Siamo forse solo noi che gli permettiamo questo o ci sono altri fattori che influiscono?

 

Sto seguendo ora storia della psicologia e ho avuto un’illuminazione. Si parla di Tarde e della legge dell’imitazione che segue tre stadi:

–          passivo;

–          attivo;

–          maturo.

Vi dice niente? Passività estrema in cui il bambino esegue il “Ctrl + C” e “Ctrl + V”, a cui segue uno stadio attivo in cui il bambino capisce ciò che fa, e imita il comportamento appreso nel primo stadio riflettendoci su. Nell’ultimo stadio c’è la fortuna di capire se e come fare. C’è un ritorno di giudizio e consapevolezza.

Non vi sembra di rivedere il modus operandi dei nostri assassini di cui tanto si parla? È un po’ la stessa cosa. Imitazione di un comportamento. Noi siamo cresciute imitando le persone e le cose in tempi brevi e pratici per il confronto e la convivenza con l’altro.

 

Forse loro sono stati impegnati davanti alla playstation per i loro primi 228 mesi di vita.

 

 

 

 

 

°°°°UNA SPECIE IN ESTINZIONE – QUANDO A SALVARE LA NOSTRA PELLE E’ LA BISESSUALITA’°°°°

Posted in Senza categoria on 9 marzo 2011 by AtrocitA Hyde

Perché se uno sta bene ti ama in un modo, e se uno sta male ti ama in un altro? [cit. S. Ceccarelli]

 

La corona appartiene al più forte, nei suoi denti sta la sapienza.

 

Durante uno dei miei deliri con una ragazza sulle sorti del destino (siamo complici o no di questo insieme di avvenimenti?), è scaturito un primo pensiero, buttato giù in precedenza, durante le ore di storia contemporanea della psicologia. La mia mente sembra divagare da una cosa all’altra e si sa, Ylenia trova i collegamenti un po’ ovunque. Quindi benvenuti nel mio mondo tutto al femminile, in cui la citazione “me misera me tapina!” sembra andare per la meglio.

Si parlava ieri della bisessualità di ogni donna che viene però celata. Così stamani riflettevo su Darwin e Mendel. Caratteri ereditari mescolati  a quello che in natura è la selezione naturale. Così ho pensato: se siamo bisessuali già prima di nascere, così come molte specie animali  che scelgono solo dopo, a seconda del bisogno, cosa diventare, molto probabilmente  anche noi siamo così. Decidiamo dopo cosa diventare e come. Siamo artefici del nostro stesso destino a causa dell’ambiente che ci circonda. E quindi ci pieghiamo ad una selezione naturale “guidata”, nel senso che ci adattiamo alle situazioni che si propongono e che potrebbero distruggerci. Nel branco di lupi, quando si avverte una minaccia, si cercano più femmine che maschi ed ogni femmina si adatta ad un ruolo differente a seconda dei casi specifici. E quindi anche loro si piegano alla natura “guidandola”.

Pensateci un attimo. Però forse dovrei almeno sintetizzare quello che ha deviato la mia attenzione durante la lezione della Degni… il giorno prima si parlava con Simonelli & Co. degli studi sul sesso, della sua immagine e sulla sua evoluzione. Dal suo discorso mi è parso subito di intravedere un campanello d’allarme: ne parlano e ne scrivono solo uomini; ne studiano solo uomini; se ne interessano solo uomini. Com’è possibile?
Risposta facile e veloce, per quanto semplicistica: la donna, nella società, ha poco valore e scaturisce interesse solo se deve procreare. O se deve essere il passatempo di un uomo. Per il resto, nada. E non per mancanza di intelletto e capacità femminile, ma perché un posto fisso e serio non ce lo vogliono proprio dare. E sarà che forse non vogliamo nemmeno rischiare di prendercelo. Dopo uno stressante ma notevole giro da un secolo ad un altro, siamo giunti alla conclusione che solo in epoca illuministica, la sessuologia e i suoi derivati ebbero un incremento a livello di interesse nella popolazione di scienziati e, pensate un po’, anche a livello popolare. Sembra una cosa strana ma è successo. E uno dei personaggi più illustri, se vogliamo, della Francia maleducata, ha persino scritto un romanzo erotico. Diderot non si accontentò di descrivere e vedere la donna come semplice contenitore, ma andò oltre. Non arrivò a pensare alla donna come strumento  estremamente complicato, si arrese solo all’idea che è la chiave del mondo. Che SIAMO la chiave del mondo. Custodiamo un gioiello che solo noi sappiamo indossare, che solo noi possiamo tirare via dalla cassaforte. Ma che solo gli uomini sanno far vibrare. E quindi scattare l’allarme del caveau.

Uomo donna, donna uomo, maschi femmine e potenzialmente gay sono i soliti piccoli dibattiti. Alla nostra età sembra che il mondo sia solo uomo vs donna. Le relazioni e ciò che ne comportano sono per noi una grande fonte di stress. E si chiude tutto qui, in questa relazione per molti diadica, per molti univoca, per molti altri una relazione fondata sulla reciproca sopportazione e “che poi, ognuno si viva la sua vita”. Della serie: separati in casa.

E ciò è decisamente molto buffo. Tra amiche, colleghe, compagni di caffè la mattina non si parla d’altro. E dunque arrivano i paragoni, le proprie storie, i propri problemi e disagi a contatto con il mondo maschile. Con la stessa ragazza con cui ho iniziato la conversazione, ci eravamo impantanate, per così dire, non solo nell’abitudine  dei rapporti, ma sul significato del destino. Lei insisteva con il dire che avrebbe lasciato al destino, come a dire: se son rose fioriranno. Io invece puntavo e punto tutt’ora verso l’idea che il destino lo costruiamo noi con le nostre scelte e le nostre azioni. Un secondo può cambiarci la vita. Così come una scelta dettata dall’istinto o meditata a lungo. Scelta giusta o sbagliata, scelta etica, amorale. Ed io che esordisco dicendo che – non ricordo di preciso quale filosofo, forse Nietzsche – qualsiasi scelta si rivela una pessima scelta. È sempre  e comunque una sofferenza e causa comunque una perdita. A o B? Comunque vada si perde qualcosa. Bisogna solo capire di cosa però possiamo fare a meno. Stando alle leggi teoriche che aleggiano nella massa, niente e nessuno è indispensabile. Quindi la scelta dovrebbe essere meno dura. Ma non è così facile.

A partire dal 1200 la donna viene considerata come una strega, una sorta di capro espiatorio moderno sul quale gettare ogni sorta di colpa per ogni sorta di problema o atto compiuto. Quindi, se la tua carne marcisce, è colpa della strega che abita vicino a te, invidiosa della tua carne. Se il tuo uomo scappa e ti tradisce, è colpa della strega, perché  è lei che lo ha portato sulla cattiva strada della perdizione. Se rubi, la colpa è della strega, perché è lei che ti ha influenzato. Si può ipotizzare il bisogno di una figura malvagia per via del cambiamento – preferirei parlare di regressione – in ambito morale. Una Chiesa sempre più forte esige uomini forti, concepiti come automi, privi di stimoli e sentimenti. Ma l’uomo non è nato per essere ridotto ad un automa ed ogni volta che un uomo di chiesa provava uno stimolo – tendenzialmente  sessuale – andava punito. Punire gli uomini ecclesiastici equivaleva a mostrare la debolezza della religione e del suo quartier generale e dunque, come risolvere il problema? Diamo la colpa di tutto alle donne. Sono loro le artefici delle nostre voglie e dei nostri peccati. Della serie: l’unico modo per resistere ad una tentazione è quello di cedervi…

Angelo Branduardi, in merito a questo gioco, propone un testo, “Il sultano di Babilonia”, dove un tratto recita così:

[…]
Frate Francesco si fermò per riposare
Ed una donna gli si volle avvicinare,
bello il suo volto ma velenoso il suo cuore,
con il suo corpo lo invitava a peccare.

Frate Francesco parlò:
“Con te io peccherò”
Nel fuoco si distese,
le braccia a lei protese.
[…]

Ebbene, è sempre colpa delle donne…

 

 

Poi un giorno succede che più ragazze si trovano a parlare davanti ad un caffè dei loro ragazzi, di come sono, di come vivono, di come reagiscono agli stimoli e una delle domande più ricorrenti è: sono forse uomini di chiesa? Così “casti e puri”, così terribilmente genuini da obbligarci a prendere il sopravvento. Siamo nate donne, femmine, siamo state cullate e allattate. Siamo state terrorizzate dai maschietti al parco e all’asilo ed ora, come fossimo quegli animali di cui parlavo in precedenza, dobbiamo scegliere di che sesso essere. Due femminucce non aiuteranno di certo la sopravvivenza della specie e siamo dunque costrette a diventare degli uomini, a diventare quelle che proteggono, che allattano e cullano. Quelle che hanno le palle di dire al cameriere che la pasta fa schifo senza restare muti per paura di fare una brutta figura. Quelle che fanno le valigie al compagno perché non riesce a mettere due pantaloni e due maglie piegate insieme. Quelle che prendono l’auto anche di sera, quelle dal sangue freddo.

Poi, però, siamo quelle che vorrebbero dei riscontri di queste fatiche, una collaborazione da parte dell’altro, un riconoscimento dello sforzo che facciamo. E fu così che le ragazze incontrarono il vuoto cosmico.

Perché ci facciamo calare i testicoli mettendo da parte la vagina? A mio avviso, dai primi moti femministi ad oggi, noi donne subiamo continuamente una crisi d’identità: oggi siamo le indifese che non devono lavorare nei campi perché è faticoso e li accusiamo di non passare del tempo con noi e la prole, poi vogliamo essere al pari dell’uomo e andiamo a lavorare con l’aratro. Il giorno dopo però ci lamentiamo della fatica e quindi chiediamo delle leggi per tutelare la donna. Poi però ci sentiamo in gabbia e vogliamo evadere, facendo cose bizzarre. Ci battiamo per la parità dei sessi, per non avere l’appellativo di mignotta se andiamo a letto con più uomini e poi vogliamo scappare dalla monogamia – scusate il gioco di parole – monotona.

Vista così, l’unico aggettivo che può descriverci è: pazze. Ma andando a fondo alle cose, strappando via tutta l’erbaccia, esce fuori una donna costretta a giocare la parte della dura, della cacciatrice, della Wonder Woman per intenderci.

Abbiamo sete di potere oppure non c’è nessuno che riesca a gestire le piccole cose della vita che viviamo, di solito, insieme? Vogliamo avere il controllo su tutto oppure vogliamo che qualcuno ci aiuti a controllare? Mi sono sentita dire che la colpa è mia, del mio tarpare le ali. Beh, signori miei, se per 20 anni non hai mai preso una decisione, non puoi pretendere di prenderla ora, quando, soprattutto, non è il tuo turno. E per questo andiamo avanti così, con la testa alta, il petto in fuori e quelle punte rosa fatte di cemento. Bloccate qui, in questa dimensione irreale oserei dire.

L’ambiente intorno può modificare il nostro essere, così come le reazioni altrui, il tempo e le persone. Non c’è modo di scappare a questa legge. Ci si chiede perché gli uomini non apparecchino mai la tavola di loro spontanea volontà, perché non si ricordano mai dei fiori, del cioccolatino, del maglioncino che ci piace o di un fast food davanti la porta di casa. Ho trovato, credo la soluzione. Loro hanno noi, come seconde mamme. Sanno che se il pantalone è macchiato e la mamma è lontana, noi sapremo come smacchiarli. Ma se non saremo capaci torneranno dalla mamma con la coda fra le gambe. Se la ragazza non prepara un buon pranzo, la sera torneranno a casa e troveranno la tavola imbandita delle loro cose preferite, perché si sa, la mamma è sempre la mamma. E se danno per scontato che un fiore di domenica possa tramutarsi in un gesto molto cortese e apprezzato, non danno per scontato la nostra fuga, che poi, logicamente, li coglie di sorpresa.

A conti fatti, ogni essere umano si costruisce il suo destino. Ogni donna deve svolgere più ruoli che non la soddisfano. Ogni donna deve lasciar correre e chiudere occhi sulle sciocchezze perché, si sa, “lui è fatto così, che ci vuoi fare?”

Darwin, forse, in una cosa aveva sbagliato. Non ha considerato un animale come anello mancante dell’evoluzione. Ci si chiede cosa unisce un rettile ad un pesce ad un uccello a noi. Ebbene, sembra esserci uno strano animale che nel DNA possiede almeno una caratteristica di tutte le famiglie presenti. L’ornitorinco è un mammifero semiacquatico, con le zampe palmate, terribilmente velenoso, con un becco e che depone uova e allo stesso tempo allatta i piccoli e ancora ha la temperatura corporea bassissima. Come i rettili. Come il nostro sangue freddo.

Non ci trovate nessuna analogia con il nostro spirito alla Wonder Woman?

Arriviamo al punto di pattuire con la natura delle cose, chiediamo sconti e offriamo di più. Chiediamo di non essere abbandonate per una ragazza più bella di noi, chiediamo di non essere sostituite senza pensare che siamo tutti sostituibili, però, come pezzi dell’auto usata.
Le relazioni hanno i loro inizi e le loro fini. Hanno un tempo. Ma se come bambini, questo tempo è prematuro, allora finirà prima, perché l’essere umano, si sa, si adagia sugli allori. E allora non c’è più quell’uomo che ci ha fatto battere il cuore, non c’è più la speranza di appoggiarci su un altro, di essere cullate e spinte su un’altalena. Inevitabilmente dopo poco che doniamo a loro una casa sotto cui stare e rintanarsi, dobbiamo provvedere a tutto. A come mantenerla pulita, a come far star bene l’ospite, a come lasciargli lo spazio che vuole. Dobbiamo dargli una chiave per permettergli di rientrare quando vuole. E quando siamo sole, mentre l’altro è via, dobbiamo stare attente a non far entrare nessuno. Perché il nuovo ospite sarà più accattivante, capirà il disagio e si occuperò della casa per un po’, aiutandoci con le piccole cose.

I tempi non sono cambiati, signori. Le streghe sono tornate. Se scappiamo, l’uomo darà la colpa all’altro, a noi, ma mai penserà a se stesso. Se sono loro a scappare, daremo inevitabilmente la colpa alla poca cura di noi, alle cose che non abbiamo fatto, a cosa desideravano da noi, poi penseremo alla bionda che lo ha portato via e alla sua – di lui – stupidità. Ci faremo un bel piantarello e passerà tutto dopo un po’. Una sera ho anche pensato che sono in grado di far morire i bravi ragazzi, quelli tranquilli, genuini. Poi però mi informo sul mondo animale e scopro che è pane quotidiano nel loro regno. E se anche noi siamo animali, allora ciò che faccio non è una cosa strana, ma semplicemente quello che richiede il mio essere per la sopravvivenza.

Il maschio delle api (apo?) che feconda l’ape regina (una possibile alfa?) muore subito dopo mentre tutti gli altri maschi sono scacciati dall’arnia come Adamo ed in parte uccisi in fine d’autunno, giacchè la loro presenza è affatto inutile e sarebbe dannosa nell’inverno pel consumo del miele che farebbero.

E la mantis religiosa? Durante l’atto sessuale, o subito dopo, si trasforma in un’assassina a sangue freddo. Si nutre del suo momentaneo compagno per incrementare le scorte di energia che le permettono di produrre le uova.

 

Terribilmente sexy, non trovate? Ma continuiamo a festeggiare la donna, a proteggere la donna, la femmina debole di una specie, quella dell’uomo, che sembra non essere in grado di farlo da se. Quasi si stesse estinguendo. Chissà che non diventiamo pezzi da museo veramente?

 

°°°°QUANDO LE LEZIONI DI MATEMATICA SUGLI INSIEMI VANNO SEGUITE – LE REGOLE DELL’AMORE°°°°

Posted in Senza categoria on 16 febbraio 2011 by AtrocitA Hyde

“L’amore è un sentimento intenso e profondo, di affetto, simpatia ed adesione, rivolto verso una persona, un animale, un oggetto, o verso un concetto, un ideale. Oppure, può semplicemente essere un impulso dei nostri sensi che ci spinge verso una determinata persona.”

L’amore è dunque la peggiore delle gabbie. Una persona, un oggetto, un ideale.

Dell’amore dicono di tutto, ne parla perfino la Bibbia. Ne parlano i romanzi, ne parlano le persone, ne parla la vita. È la cosa più bella che c’è, insomma. Si dice che al cuore non si comanda, dunque non si può obbligare ad amare. Ho troppe idee confuse su questo…

Perché se una cosa è così bella e libera da catene e gabbie, deve essere costretta in un’unica direzione? Chi ha deciso queste regole nell’amore? Nell’amore si dice che non ci sono regole, si dice che è libero. Ma forse non è così. Forse lo si dice solo per rendere lo sciroppo meno amaro.

L’amore è bello se vissuto come lo si desidera, non se costretto in regole etiche decisa da non si sa chi… e siamo di nuovo soli in un gruppo si amici sconosciuti.

Si canta dell’amore bello, dell’amore impossibile, di quello della propria vita. Ma dopo un po’ anche quello finisce. Cresciamo, ci evolviamo. E i nostri bisogni cambiano. E se cambiano, cambiano le aspettative nell’altro e in noi, cambia l’amore, cambia l’oggetto del nostro amore.

Amare più cose, più persone, non è possibile però. È eticamente scorretto. Perché, però?

Nessuno che mi da una risposta, nessuno che ha il coraggio di amare, forse, come si è sempre fatto. Amare incondizionatamente, amare tutto e tutti, amare, punto.

Amare quello che abbiamo e amare quello che ci manca, amare chi ci dona una parte del cuore e chi ce ne dona un’altra. Amare non è impossibile.

Perché dell’amore vogliamo l’esclusiva? Perché siamo pronti ad amare più cose ma non ad essere una delle tante cose amate? Gli esseri umani sono strani, sono così buffi che vogliono amore da più persone, ma non vogliono che quelle persone amino a loro volta.

Un amore biunivoco ed esclusivo, è dunque un amore egoista?

http://inwonderchat.blogspot.com/2010/06/e-perche-non-la-poligamia.html

 

°°°°LE PAURE DI ALICE°°°°

Posted in Senza categoria on 6 febbraio 2011 by AtrocitA Hyde

 

 

Nella mia vita ho sempre studiato molto e studio ancora. Ho imparato l’italiano, la storia, ho cercato di impegnarmi nella matematica. Poi ho studiato l’economia, la finanza… Eppure, dopo tanto impegno, ci sono due cose che non riesco ad imparare… La prima è come reagire alla sofferenza causata dalla perdita di una persona che si ama e la seconda è amare. Sembra così facile quando si guardano i film, invece non c’è proprio nulla di naturale. Ma una cosa l’ho capita. L’amore è come una partita di poker, se vuoi vincere, devi essere disposto a puntare tutto.

 

Mi fermo a riflettere. Anzi no, c’è poco da riflettere. Questo cuore non perdona, questa vita non perdona. Bisognerebbe chiedere cosa significa vivere.

Anche in quel caso, forse, non avrei rischiato. Il rischio non fa per me, Figlia della Notte con ancora indosso una labile anima. Perché provo dolore? Perché continuo a volere tutto per me? Non è questa una vita che si professa bella e ricca di avventure. Non è questo l’amore di cui si è narrato. L’amore brucia, ti annienta. Perché soffrire così? L’istinto si sta lasciando sopraffare. Non leggo più niente di mio in ciò che faccio. Non sento più niente in quello che faccio.

Voglio chiudermi nel buio, ascoltare l’ululato dei lupi che avanzano in questa notte fredda. Voglio smettere di soffrire. Ma come si può non soffrire quando la vita sembra eterna? Quando tutto sembra avvicinarti alla morte… non è mai morte, è solo dolore. Troppo.

Credevo che sarebbe rimasto al mio fianco. In quel parco che odorava di umidità e sporco c’erano molti volti, quasi familiari. Ma mi sentivo sola. Un attimo, uno sguardo e tutto sembra cadere. Va tutto per il verso sbagliato però. Una presentazione.

-Questa è una mia amica.

 

E una fuga, vicino ad una panchina, di quelle verdi, incrostate di ruggine. Un attimo. E li un altro sguardo. Due corpi vicini. Ed uno dei due non è il mio.


“Non mi dire no, da solo impazzirei”

Una fuga verso gli altri, verso la solitudine e l’apparente voglia di stare con gli altri. Poi, di colpo, una stanza. Una stanza da una planimetria strana, geometrica, fredda. Attratta da una porta, corro nel verso opposto, ma apro la porta sbagliata. Un letto, un lenzuolo che copre di colpo un corpo scultoreo, odore di umido e di sbagliato. Una ragazza avvolta da un asciugamano da albergo, capelli ebano e biondo cenere. Una trasformista?  E poi uno sguardo di piacere perverso.

 

-Posso farlo anche io. Sei arrivata tardi.

 

Guardo. Meraviglia, stupore. Non so cosa fosse. Un cuore che brucia, si infiamma. E una fuga diretta verso l’altra porta.

Di nuovo il parco, ancora con la sua umidità e il suo caos. Ancora più sola. Voglio scappare con eleganza, non voglio che nessuno mi veda. E poi il loro ritorno, lo sguardo amichevole di lei, come se la storia fosse sempre stata un’altra ed io avevo sbagliato favola. Ma la favola era la mia, era lei quella sbagliata!

Tutto al contrario, tutto che cade nel verso sbagliato. In lontananza la strada asfaltata, voglio voltarmi e andare. Invito insistente a restare per il pranzo comune. Accetto, non voglio farmi vedere arrabbiata e frustrata e tradita. Io lui, l’altra, quella che no deve esserci. Cattiveria negli occhi di lui. Mi alzo, prendo la borsa e vado.

Poi mi prende per un braccio.

 

-Hai sentito cosa si prova?

 

Lo guardo, un viso intristito ed io li, in mezzo ad una storia che non è più la mia. Che restino insieme, ho sbagliato favola.

 

“Abituato alla realtà, ti vengo incontro qualunque sia la verità”

 

Un sogno, un incubo. Ma Alice non resiste. Si sveglia. Un urlo strozzato in gola, lacrime che scendono. I polsi, doloranti. Legata ad una vita che le sfuggiva di mano, che ancora le sfugge. Legata ad un amore che non è amore in quella storia. Legata al dolore, ancora. E alla paura.

 

°°°°SENZA TITOLO – ARTE CONTEMPORANEA°°°°

Posted in Senza categoria on 27 gennaio 2011 by AtrocitA Hyde

Non sento, non voglio sentire.

È una brutta cosa sentire. Si sentono così tante cose che la testa scoppia.

 

Silenzio, per favore.

 

Come si fa a sentire?

Si sente con le mani. Si sfiora. Si tocca. Si modella una figura. Si stringe.

Si sente.

 

Si sente con il naso. Si odora. Si immagina. Si riconosce casa. Si trova casa.

Si sente.

 

Si sente con la lingua. Si prova. Si assaggia. Si gusta. Si ricorda.

Si sente.

 

Si sente con gli occhi. Si sente l’altro. Si vede l’altro. Si sente il pericolo. Si vede ciò che ci fa sentire.

Si sente.

 

 

Ma sentire con il cuore, quello non si può. Sentire con il cuore è più difficile. Sentire con la testa, vivere con essa in base ad essa è facile. Mi protegge. Mi aiuta.

Non voglio soffrire, non voglio tremare dal freddo. Spengo il tatto e penso ad una notte di stelle infuocate. E mi riscaldo, non tremo. Basterebbe far scorrere sangue caldo nelle vene, basterebbe un sorso di calore umano, solo un poco.

 

Ma tremo, non voglio. Ho paura.

 

°°°°AMORE NELLA POLVERE°°°°

Posted in Senza categoria on 16 gennaio 2011 by AtrocitA Hyde

La vecchia radio gracchiava canzonette del ventennio…
Il vecchio seduto sulla cigolante sedia a dondolo puzzava di benzina e sembrava infastidito da qualcosa. Sistemò la radio in cerca di un’altra stazione, ma poi la prese a pugni, e la spense del tutto.
Sentì di nuovo, forte nelle narici, quell’odore di muschio e candele, e si voltò verso la porta, che si era appena aperta sollevando un gran polverone.

Sembrava un cencio. La naftalina le solleticava il naso, olfatto troppo fine quello di lei. La radio passava qualcosa di troppo moderno tra un’interferenza e un’altra. Quanto la urtava. Come un fischietto per cani, solo più forte, più lungo.
Spostò lo sguardo e il pensiero sul vecchio, la pelle raggrinzita. Voleva sapere di lui. Si dimenticò dell’abbigliamento troppo old stile anche per il vecchio, aprì quella porta decisa, con forza. Era lei quella più forte, poteva permettersi di entrare senza bussare. Non fece però caso al tappeto a terra. Ci inciampò, una mano allungata verso il pomello. Una porta spalancata, un tappeto rivoltato e una donna china a terra.

Lui si alzò a fatica e si avvicinò a lei che intanto si era già rialzata.

“Perchè sei venuta qui?” le sbraitò. “Ti avevo detto di non farti più vedere!”.
Sbirciava palesemente la curvatura rosa della sua scollatura, la forma del suo seno che sembrava esplodere dal vestito. Pensò che molto spesso un corpo che si intravede da un bel vestito è persino più bello di un corpo nudo. Se non altro c’è molta più sorpresa.

Si alzò con grazia sebbene si sentisse in imbarazzo. Avrebbe dovuto prevedere che il vecchio non avrebbe mai gettato via il vecchio arredamento. Se ne era dimenticata. Si scrollò la polvere di dosso, si pulì le mani con il fazzoletto che teneva nella piccola borsa.
“Perchè sei venuta qui?”, le gridò il vecchio. Senza curarsene mise due dita nella canaletto che costruivano i seni. Prese una boccetta con le unghie laccate di rosso, se la portò sotto le narici, annusandone il contenuto. Sospirò, riprese la sua postura elegante e da prima donna e senza curarsi di ciò che il vecchio diceva, chiuse la boccetta e la rimise nel nascondiglio.

“Vuoi darmi una sniffata di quello??” disse il vecchio ridendo in maniera viscida e allungando una mano verso la pelle morbida di quel seno rigoglioso. Lei rispose con un violento schiaffo sul dorso della mano che mirava alle sue forme.

“Ahi!” piagnucolò lui.

“Non ora, lo sai che prima dovrai farlo…”

“Oh no, lo sai quanto è doloroso…”

“Fallo e basta…”

Il vecchio sbuffò e si voltò di spalle, avvicinandosi alla finestra iniziò a emettere buffi rantolii, poi il suo corpo iniziò a contorcersi come una vecchia ruota arruginita, finchè la sua pelle non iniziò a sfaldarsi come la buccia di una cipolla marcia.
Dopo un intensissimo dolore, riprese fiato e si guardò le mani. Erano di nuovo verdi, squamate, possenti.
Non era più gobbo ma si reggeva dritto in piedi, il collo non soffriva più dolori.
“Sei tornato” disse lei, sorridendo

Vide con la coda dell’occhio un movimento che non le piacque affatto. Indignata e divertita scacciò via quella mano ingorda e lo guardò.

“Fallo e basta…” fu l’ultimo insieme di sospiri che uscirono dalla sua bocca dai denti stretti. Ordinava sempre, non era mai stata capace di chiedere. Anche perché non voleva chiedere, non era nel suo stile. I lupi non chiedono, prendono e basta. E sempre quando hanno fame.

Gli ordinò di cambiare, di tornare in se. E lui lo fece, seppur contro voglia. Mentre si avvicinavano i dolori e la pelle morta si sbriciolava sul legno tarlato del parquet lei restava li, con gli occhi giallo ambra, in attesa di un ritorno. Si sciolse i capelli, li lasciò andare lungo la schiena. Le faceva schifo annusare e conservare gli odori di quella casa. Aspettò con ansia, mentre respirava a bocca aperta.

Lui si avvicinò a lei, la strinse forte al suo petto cingendola per la vita e lei si specciò in quegli occhi vitrei da serpente.

“Perchè non ti spogli, ho voglia di mangiarti” disse lui.

“Con calma, non sarà così facile” disse lei con voce severa e scostandosi da quella presa. “Prima mi devi dire dove sei stato tutto questo tempo, perchè non ti sei mai fatto trovare…”
Lui sentì uno strano calore bruciargli il petto e una gran voglia di riscoprire quel corpo.

“Perchè non ti spogli, ho voglia di mangiarti” si sentì dire da un cugino dei vermi. Dal SUO cugino dei vermi. Lui che avrebbe mangiato lei, che sciocchezza! Avrebbe voluto ridergli in faccia, dirgli che se non fosse tornato un verme non gli avrebbe mai permesso nemmeno un saluto da lontano. Lui però ora era li, un bel verde scuro che brillava. Stava bene con il colore dei suoi occhi.

Le associazioni libere le riuscivano sempre bene…

 

Anche se occupava uno spazio fisico in quella casa e nella sua testa, di tanto in tanto, non aveva nessuna voglia di trasformarsi in cibo come i vecchi tempi. Non si fidava, l’aveva abbandonata e tradita per una vita comune invece di seguire lei in uno stato borderline quasi estremo. Sapeva già cosa fare e come muoversi con lui. Aveva avuto modo di vederlo apparire e sparire come il serpente di Eva. Lo squadrò, respingendolo e liberandosi dalla stretta, le braccia incrociate a proteggere la pancia. Lo guardò con gli occhi vuoti e indagatori, un sorriso di sfida. “Perché sei sparito così, di punto in bianco? Perché pensi che io sia voluta tornare di mia spontanea volontà?” Spostò il peso su una gamba, come le vecchie sculture greche, quel “CHI” che tanto cercava sulle pagine dei libri d’arte. Il tacco della scarpa che iniziava a muoversi insistentemente su e giù.
“Aspetto che tu risponda” gli disse, come un ordine mascherato.

“Ho avuto delle cose da fare…” disse lui liberandosi i denti da qualche briciola o altri impicci.

“Cose da fare? E quali cose da fare ti hanno permesso di lasciarmi per quasi un secolo di vita senza neanche un segno da parte tua?”
Il profumo di lei lo faceva impazzire, e gli occhi di lei erano specchi nei quali entrare era un viaggio senza ritorno.

“Striscia ora, mentre mi dici dov’eri…”
Lui sorrise, ma vedendo lo sguardo serio di lei capì di non avere scelta.
Si chinò e si strofinò sul pavimento

“Ho mangiato…altre donne…”

“Belle donne?”

“Non quanto te…”

“Non quanto te, MIA REGINA, vorrai dire, verme…”
Lui si avvicinò per leccare la punta delle sue scarpe col tacco, ma lei la tirò indietro.

“Eh no, se tu provi godimento non c’è gusto”

“Non quanto te, MIA REGINA, vorrai dire, verme…” lo disse con lo stesso tono di sempre, di quel sempre che inizia quando un lupo non si fida. Abbassò la testa, guardando quella biscia a terra fra la polvere. Sembrava sentirsi a suo agio lui e a lei questo non piaceva affatto. Solo lei si sentiva come un pesce d’acqua dolce in un mare di piranha.

“Eh no, se tu provi godimento non c’è gusto” e tirando via la scarpa, la premette sulla mano di lui, che strillò un poco.

“Ahahaha! Quanto mi diverto ora! Ti piace così?”, disse, tirando indietro la testa e ridendo di una risata isterica, quasi cattiva. “Ti diverti a stare male per qualche momento?”

“Cazzo, ma sei scema?”, squittì lui, dimenticandosi che quella che aveva davanti era quel mostro di donna dai capelli rossi.

“No, ho solo voglia di divertirmi. Ed ora mi diverto facendoti male”.

Lo disse senza emozioni, fredda e crudele come diventava sempre dopo aver ricevuto un morso da chi fino un attimo prima mordeva con lei.

Il secondo calcio arrivò dritto nella bocca e lui si trovò schiena a terra, dolorante e intorpidito.

“Ehi baby questo non è il classico gioco dove mi picchi e si gode, mi hai solo fatto male”. In bocca aveva il caldo sapore del sangue.

“Deve fare…MALE!” disse lei infilzanndo il tacco nel petto di lui che sobbalzò iniziando quasi a lacrimare.

“Chi erano queste altre donne con cui sei stato?”

“Robetta in confronto a te…Ma poi anche tu sarai stati con altri uomini no?”
Lei sorrise mostrando la fede nuziale al dito.

Lui piagnucolò qualcosa, finchè non sentì un qualcosa di bollente attraversargli il colpo. Guardò meglio e vide il piccolo getto dorato che usciva dalla gonna di lei e arrivava a lui.

“E questa sarebbe tortura, baby?- disse lui sorridendo- a me questo piace eccome”
Lei apparve contrariata ma era estasiata dall’aver lasciato andare il suo corpo, e dalla perversione di lui, che le era così familiare e le era mancata molto.

Voleva vederle in faccia, le piaceva picchiare la gente, si sentiva meglio. E voleva vederle davanti a lei i loro volti, giudicarle. E lui avrebbe dovuto ammettere la sua superiorità. Anche se non gli avrebbe creduto.

Liberarsi in quella maniera su di lui l’aveva fatta sentire bene. Solo un attimo però, il tempo di iniziare a vederlo come un oggetto, come qualcosa con cui divertirsi. Però sapeva anche di aver marcato il territorio, dunque restava roba sua.

“Cosa hai voluto dimostrare? Che sono tuo?” lui si rialzò a fatica e un po’ dolorante.

“Direi che lo sapevi e lo avevi sempre saputo”

“E allora- disse lei- spiegami come hai fatto a non tornare prima”

“L’importante è che ora ci sia…E quindi devi concederti a me…lo sai…”

Lei sorrise, si voltò e iniziò a camminare ,rumore dei tacchi sul pavimento.
“Prestami attenzione!” sbraitò lui nervosamente, mentre lei continuava a sorridere

Doveva cedere, dannazione!

“Dovrai cedere prima o poi alla tentazione!” pensava lei.
Voleva vederlo in tensione, voleva vederlo preoccuparsi veramente per lei e la sua assenza. Sapeva che non sarebbe mai successo. Avrebbe voluto vederlo piegato in due come un essere umano qualsiasi ma lui non era così. Era un trasformista…

Lui si avvicinò e prese la mano di lei. La strofinò contro i pantaloni facendole sentire la crescente erezione che lo faceva impazzire.
“Ora io e te ristabiliamo quali sono le priorità”
Riprese la mano di lei e se la avvicinò alla bocca, ne succhiò le dita avido, golosamente.

Quando ebbe finito, l’anello nuziale di lei era sparito.

“Lo hai ingoiato, mostro!”.
Lui sorrise, gli occhi si illuminarono di una certa perfidia.

Riprese la mano di lei, se la portò di nuovo sotto la cintura, per far sentire l’eccitazione, ma questa volta i pantaloni erano sbottonati, e lei aveva in mano la sua carne calda e viva, pulsante

Si prese qualche momento di riflessione che le sembrò durare giorni. Non gli mancava in quel suo estraniarsi dal mondo. E per lei era davvero un grande passo.

“Ora io e te ristabiliamo quali sono le priorità”. Questo proprio no. Come un ordine, come un capo con la segretaria. Lei non era la segretaria di nessuno. La sua fede era sparita mentre le leccava le dita. Un momento di lucidità l’aveva risvegliata da quel sonno incosciente che adorava vivere. Si stava svegliando. Ed anche piuttosto incazzata. Il pelo iniziava ad arruffarsi, gli occhi ancora più gialli. La bile che saliva, mischiandosi al blu degli occhi. E poi vide due fiamme. Si calmò, il tutto mentre immergeva la mano nella stoffa del pantalone di lui. Lo tenne in mano, un pezzo di carne che poteva farle da antipasto. Lo toccò, accarezzandolo delicatamente. Si mise a terra e assaggiò la solita arma di seduzione. Aveva fame. Lo mise in bocca e lo morse.

Un urlo risuonò nella stanza, accompagnato da un ululato.
“Chi è che ristabilisce le priorità, ora?”